Una ricerca dell’Università di Sydney ha confrontato due alimenti commerciali, uno cotto a basse temperature e uno secco estruso. Dopo due settimane sono emerse differenze nel microbiota, nella glicemia e nella consistenza delle feci
Sono tante le alternative per l’alimentazione dei nostri animali domestici e diventa sempre più complicato scegliere tra crocchette, alimenti umidi, pasti freschi refrigerati e preparazioni casalinghe.
La scelta dovrebbe deve tenere conto delle esigenze del cane o del gatto, atteso che sono sempre più frequenti intolleranze e allergie.
Oggi le aziende promettono ingredienti selezionati, lavorazioni delicate e ricette vicine all’alimentazione naturale ma nn è detto che un alimento meno lavorato sia più salutare.
A cercare una risposta sono stati i ricercatori dell’Università di Sydney, che ha confrontato gli effetti sulla digestione e sul microbiota intestinale di due alimenti per cani in commercio, entrambi formulati per soddisfare il loro fabbisogno nutrizionale quotidiano. Lo studio, pubblicato su Frontiers in Veterinary Science, ha rilevato differenze significative già dopo due settimane di assunzione.
Ventitré cani e due alimenti messi alla prova
I ricercatori hanno inizialmente coinvolto 24 cani adulti sani, di razze ed età differenti. Ventitré hanno completato la sperimentazione, durante la quale ciascun animale ha ricevuto entrambi gli alimenti, in successione e in ordine differente a seconda del gruppo di appartenenza.
Il primo era un alimento fresco commerciale, moderatamente cotto e successivamente congelato per la distribuzione. Il secondo era un mangime secco estruso, cioè prodotto attraverso un procedimento industriale che utilizza pressione e calore per ottenere le crocchette.
Le due settimane di somministrazione sono state precedute da una fase di transizione graduale, mentre i cani continuavano a vivere nelle rispettive abitazioni.
Attraverso prelievi di sangue e campioni fecali, i ricercatori hanno esaminato la risposta glicemica dopo i pasti, alcuni ormoni coinvolti nella regolazione dell’appetito e la composizione del microbiota intestinale.

Che cosa è cambiato nell’intestino dei cani
Il risultato più interessante riguarda il microbiota, cioè l’insieme dei microrganismi che popolano l’intestino e partecipano ai processi digestivi e metabolici.
Durante il periodo di alimentazione con il prodotto moderatamente cotto, i ricercatori hanno osservato una maggiore diversità microbica e cambiamenti più marcati nella composizione delle comunità batteriche. Anche la consistenza delle feci è risultata differente rispetto al periodo in cui gli animali mangiavano crocchette.
Sono emerse inoltre differenze nella risposta glicemica dopo i pasti e nei livelli di alcuni ormoni intestinali.
Questi risultati dimostrano che due alimenti completi, ma differenti per composizione e lavorazione, possono provocare risposte fisiologiche diverse anche nel giro di poche settimane. Non dimostrano, invece, che una maggiore diversità del microbiota corrisponda automaticamente a una migliore salute del cane.
Significato di «poco lavorato» nel pet food
Nel settore degli alimenti per animali, l’espressione “minimamente trasformato” viene spesso utilizzata per distinguere i prodotti sottoposti a lavorazioni più delicate rispetto alle tradizionali crocchette.
Nello studio australiano, l’alimento fresco veniva preparato attraverso la triturazione degli ingredienti e una cottura a una temperatura massima di 90 °C, seguita dal congelamento. Le crocchette, invece, erano ottenute mediante estrusione.
La distinzione è importante, ma non basta a stabilire la qualità nutrizionale di un prodotto. Un alimento può essere sottoposto a lavorazioni limitate e risultare comunque sbilanciato; viceversa, un mangime industriale correttamente formulato può soddisfare il fabbisogno nutrizionale del cane.
La questione è particolarmente rilevante per chi prepara pasti casalinghi o acquista alimenti freschi senza verificare che siano completi. La presenza di ingredienti riconoscibili, da sola, non garantisce il corretto apporto di proteine, grassi, vitamine e minerali.
Lo studio non decreta un vincitore
C’è un dettaglio fondamentale per interpretare i risultati: i due alimenti esaminati non differivano esclusivamente per il metodo di lavorazione.
La formulazione fresca forniva una percentuale di energia derivante dalle proteine nettamente superiore rispetto alle crocchette, mentre queste ultime contenevano una quota maggiore di carboidrati. Anche tali differenze possono influenzare la glicemia, la digestione e la composizione del microbiota.
Non è quindi possibile attribuire tutti gli effetti osservati alla sola lavorazione industriale. Va anche detto che la sperimentazione ha coinvolto un numero limitato di cani sani ed è durata appena due settimane per ciascuna dieta: un intervallo insufficiente per valutare eventuali conseguenze sulla salute a lungo termine.
Tra gli autori dello studio figura anche un ricercatore affiliato a Lyka Pet Food, l’azienda produttrice dell’alimento fresco utilizzato nella sperimentazione. Un elemento da conoscere per valutare il contesto della ricerca, che non ne invalida automaticamente i risultati.
Come scegliere cosa mettere nella ciotola
Se da questa ricerca non è possibile concludere quale sia l’alternativa migliore, per chi vive con un cane lo studio australiano chiarisce come sia necessario guardare oltre le promesse riportate sulle confezioni.
La lavorazione degli alimenti è un aspetto da studiare, ma nella scelta quotidiana contano anche l’adeguatezza nutrizionale, l’età dell’animale, il suo peso, l’attività fisica ed eventuali condizioni cliniche.
Prima di cambiare radicalmente alimentazione, soprattutto in presenza di disturbi gastrointestinali o patologie metaboliche, è opportuno confrontarsi con un veterinario esperto in nutrizione. Anche il passaggio da un alimento all’altro deve avvenire gradualmente, come previsto dagli stessi ricercatori durante la sperimentazione.
Il prossimo passo della ricerca sarà comprendere se le differenze osservate nel microbiota e nella risposta metabolica persistano nel tempo e se abbiano conseguenze cliniche misurabili. Per ora, lo studio documenta una risposta diversa a due specifiche formulazioni, senza fornire una risposta definitiva al confronto tra cibo fresco e crocchette.


