Dal ginepro alle erbe aromatiche, dalle spezie agli agrumi mediterranei: come nasce il gin italiano e l’esperienza del mastro distillatore Alessandro Zaghi
l gin è uno dei distillati più riconoscibili al mondo, caratterizzato dalla presenza dominante del ginepro e da un profilo aromatico costruito attraverso botaniche selezionate.
Contrariamente a quanto si pensi, non prende il nome direttamente dal ginepro, ma dal “Genever” (o Jenever), distillato storico dei Paesi Bassi e del Belgio. Furono poi gli inglesi a semplificarne la denominazione in “Gin”, contribuendo alla sua diffusione.
Nel XVII secolo, durante la Guerra dei Trent’anni, i soldati inglesi entrarono in contatto con il Genever bevuto dagli alleati olandesi prima delle battaglie. Da qui l’espressione “Dutch courage”, a indicare un coraggio indotto dall’alcol. Parallelamente, l’uso di distillati nelle colonie rispondeva anche alle esigenze pratiche di mascherare il sapore del chinino contro la malaria e ridurre i rischi legati al consumo di acqua non sicura.
Nel tempo, questa bevanda si è evoluta fino a diventare base di uno dei long drink più riconoscibili: il Gin tonic.
Dalla crisi alla rinascita: il ruolo della mixology
Il momento di maggiore popolarità del gin si colloca tra gli anni ’50 e ’60, quando diventa protagonista della miscelazione classica, dal Dry Martini al Negroni. L’ascesa della vodka ne ridimensiona il consumo ma, a partire dagli anni ’80, il distillato torna progressivamente al centro dell’attenzione, sostenuto dal lancio di nuovi marchi e da un rinnovato interesse per i profili aromatici.
Oggi il gin rappresenta una categoria estremamente dinamica, con migliaia di etichette nel mondo e circa 800 produttori solo in Italia. Le principali tipologie – London Dry, Distilled Gin e Compound Gin – riflettono differenze sostanziali nei metodi produttivi e nell’approccio aromatico.

Come si produce il gin: botaniche e distillazione
La base è un alcol neutro, spesso ottenuto da grano tenero. La definizione identitaria del gin si gioca però sulle botaniche, fondamentali per conferire unicità al prodotto finale, anche se il ginepro resta il protagonista con le sue bacche nero-blu.
Tra le componenti più ricorrenti ci sono coriandolo, cardamomo, angelica, agrumi, spezie e radici. Non mancano elementi meno convenzionali, come alghe, carrube o sale, spesso mantenuti riservati dai produttori. Le botaniche, generalmente essiccate, esprimono il loro potenziale aromatico soprattutto durante la distillazione.
Il processo prevede diverse fasi, dalla progettazione della ricetta alle prove di distillazione, fino alla definizione del blend finale. L’utilizzo di alambicchi in rame e il “botanical basket” consentono un’estrazione selettiva e controllata degli aromi. Segue la diluizione con acqua purificata e un breve periodo di riposo prima dell’imbottigliamento. La soglia minima per il gin è di 37,5% vol (stabilita dall’Unione Europea), anche se la maggior parte dei prodotti in commercio si attesta tra il 40 e il 47% vol.
Il contributo del territorio nel gin italiano
Nel contesto italiano, il gin assume una dimensione territoriale sempre più marcata. Le botaniche diventano espressione diretta delle aree di provenienza, contribuendo a definire uno stile riconoscibile.
In particolare, il gin italiano artigianale valorizza ingredienti locali come agrumi, erbe spontanee e spezie mediterranee, rafforzando il legame tra distillato e territorio. Questa attenzione alla filiera contribuisce a costruire un’identità precisa, in cui la componente mediterranea gioca un ruolo centrale.

Equilibrio e metodo secondo Alessandro Zaghi
Mastro distillatore e fondatore della distilleria artigianale Zona B a Vago di Lavagno, in provincia di Verona, premiata come tra le migliori al mondo per la produzione di gin, Alessandro Zaghi opera prevalentemente nella tipologia London Dry.
Nel suo lavoro, il ginepro mantiene un ruolo dominante, spesso superiore al 60%, mentre le altre botaniche vengono calibrate attraverso micro-distillazioni successive. La selezione delle materie prime riflette una filiera ampia ma controllata, con ingredienti provenienti da diverse regioni italiane.
Sul piano tecnico, Zaghi adotta una combinazione di macerazione e infusione a vapore: le matrici più dure vengono trattate in macerazione, mentre quelle più delicate – fiori e agrumi – in infusione. La gestione dei tagli in distillazione segue criteri rigorosi, con una selezione precisa del “cuore” e l’eliminazione delle frazioni meno nobili.
Sotto il profilo organolettico, i suoi gin si distinguono per versatilità e pulizia aromatica. Alcune etichette sono pensate per la miscelazione, altre per il consumo liscio, ma tutte mantengono una linea stilistica coerente.
Come si beve il gin: dal Gin tonic agli abbinamenti
La preparazione del gin tonic resta un riferimento: 50 ml di gin e 150 ml di acqua tonica, preferibilmente neutra per non alterare il profilo aromatico. Il garnish, secondo Alessandro Zaghi, dovrebbe essere essenziale o assente, per non interferire con le componenti del distillato.
Sempre più diffuso è anche l’utilizzo del gin in abbinamento gastronomico, soprattutto in contesti di ristorazione contemporanea attenta ai distillati. Sul mercato, il gin continua a mantenere una posizione solida. L’evoluzione passa oggi anche attraverso nuovi ambiti di consumo e una crescente attenzione verso prodotti artigianali e identitari.
Tra i progetti futuri, emerge l’interesse verso categorie affini, come il vermouth, segno di un settore in costante espansione e diversificazione.
DISTILLERIA ZONA B
Via Ca’ Brusa’ 16 – Vago di Lavagno (VR)
www.zonab.it


