Tra leggende, cucina creola e storia, il breadfruit per secoli ha nutrito la popolazione. Oggi è l’ingrediente di ricette tradizionali e della nuova gastronomia delle isole
Le Seychelles evocano spiagge di sabbia bianca, mare cristallino e una natura straordinaria. Eppure c’è un altro patrimonio che contribuisce a raccontare l’identità dell’arcipelago: la sua cucina.
Tra gli ingredienti più rappresentativi della tradizione creola spicca il friyapen, il frutto dell’albero del pane (breadfruit), alimento che per secoli ha accompagnato la vita quotidiana degli abitanti e che ancora oggi occupa un posto di rilievo sulle tavole locali. A renderlo ancora più affascinante è una leggenda popolare: chi lo assaggia durante un viaggio alle Seychelles, prima o poi, è destinato a tornare.
Il sapore che accompagna le strade di Mahé
Passeggiando tra le vie di Mahé, l’isola principale dell’arcipelago, è facile imbattersi nelle bancarelle dove il friyapen viene cotto secondo un’antica tradizione. I frutti vengono adagiati tra le bucce di cocco incandescenti e lasciati arrostire lentamente fino a quando la scorza si annerisce completamente.
Una volta aperto, il pane-frutto sprigiona un profumo intenso e una polpa morbida, il cui sapore ricorda il purè di patate, il pane appena sfornato e leggere note di castagna.

Perché è chiamato “Albero della Vita”
Il breadfruit è conosciuto alle Seychelles anche come “Albero della Vita”, un nome che racconta il ruolo fondamentale svolto nella storia dell’arcipelago. Prima della diffusione del riso, avvenuta negli anni Cinquanta del Novecento, rappresentava insieme alla manioca e alla patata dolce uno degli alimenti base della dieta locale.
Le sue risorse, però, andavano ben oltre il frutto. Il legno veniva utilizzato per costruire canoe e travi delle abitazioni, il lattice naturale serviva per impermeabilizzare le imbarcazioni, mentre le grandi foglie erano impiegate per coprire i tetti in paglia e avvolgere gli alimenti durante la cottura. Un esempio di come, nella cultura creola, ogni parte della pianta trovasse un utilizzo pratico.
Dalla storia della navigazione alla sicurezza alimentare
La diffusione dell’albero del pane nell’Oceano Indiano è legata anche alle grandi esplorazioni della fine del XVIII secolo, quando le potenze coloniali ne incentivarono la coltivazione per l’elevata produttività della pianta, capace di produrre da 100 a oltre 200 frutti all’anno con una manutenzione limitata.
Ancora oggi la comunità scientifica considera il breadfruit una coltura di grande interesse per la sicurezza alimentare delle aree tropicali.
La sua storia è legata anche a uno degli episodi più celebri della navigazione: l’ammutinamento del Bounty. Nel 1787 il capitano britannico William Bligh ricevette l’incarico di trasportare alberi del pane da Tahiti ai Caraibi per alimentare gli schiavi impiegati nelle piantagioni. Durante la spedizione scoppiò però il celebre ammutinamento guidato da Fletcher Christian, vicenda che avrebbe ispirato libri e film. Tutto ebbe origine proprio dal trasporto del breadfruit.
Dalle ricette della tradizione alla cucina contemporanea
Per lungo tempo considerato un alimento di sussistenza, il friyapen sta vivendo una nuova stagione gastronomica. Ricco di fibre, vitamine e minerali e naturalmente privo di glutine, viene oggi valorizzato anche per le sue caratteristiche nutrizionali e per la versatilità in cucina.
Può essere gustato arrostito, fritto, trasformato in chips oppure utilizzato come ingrediente di curry, crocchette e preparazioni più creative. Nella pasticceria creola è invece protagonista del Ladob, uno dei dessert simbolo delle Seychelles, preparato con frutto maturo cotto lentamente nel latte di cocco, vaniglia e noce moscata. Un dolce che racchiude i profumi e i sapori dell’arcipelago.
Assaggiare il friyapen significa avvicinarsi a una parte autentica della cultura delle Seychelles. Oltre a specialità gastronomica, il frutto dell’albero del pane è il filo conduttore tra storia, tradizioni e identità creola, ricordando come spesso siano proprio gli ingredienti più semplici a custodire il carattere di un territorio. E, secondo la tradizione locale, potrebbe essere anche il primo passo verso un futuro ritorno nell’arcipelago.


