Un nuovo studio del CREA analizza il modello IMTA, che alleva insieme pesci, molluschi e alghe trasformando gli scarti in risorse. Un sistema promettente, ma che richiede ancora valutazioni scientifiche più complete per guidare lo sviluppo del settore
Ridurre gli sprechi senza diminuire la produzione di cibo è una delle sfide più importanti dell’agroalimentare. Anche l’acquacoltura sta cercando nuove soluzioni per produrre pesce in modo più sostenibile e una delle più interessanti è l’acquacoltura integrata multitrofica (IMTA), un sistema che alleva contemporaneamente pesci, molluschi e alghe affinché ciò che per una specie rappresenta uno scarto diventi una risorsa per un’altra.
Su questo modello si concentra un nuovo studio realizzato dal CREA – Centro di ricerca Zootecnia e Acquacoltura, insieme al RISE Research Institutes of Sweden e all’Università di Helsinki, nell’ambito del progetto europeo BLUEBOOST, finanziato da Horizon Europe e riconosciuto come Ocean Decade Action dell’UNESCO.
Cos’è l’acquacoltura integrata multitrofica
L’IMTA (Integrated Multi-Trophic Aquaculture) si basa sull’allevamento contemporaneo di specie appartenenti a diversi livelli della catena alimentare, come pesci, molluschi e alghe.
Negli allevamenti tradizionali una parte dei nutrienti derivanti dall’alimentazione dei pesci viene dispersa nell’ambiente. L’IMTA prova a cambiare questo schema affiancando specie appartenenti a diversi livelli della catena alimentare.
I molluschi filtrano l’acqua trattenendo parte della sostanza organica, mentre alghe e altre specie vegetali utilizzano i nutrienti residui per crescere. Il risultato è un sistema che punta a limitare gli sprechi, favorire il riciclo delle risorse e aumentare l’efficienza complessiva dell’allevamento, applicando i principi dell’economia circolare.

Lo studio: servono strumenti di valutazione più completi
I ricercatori hanno analizzato criticamente la più recente letteratura scientifica dedicata all’acquacoltura multitrofica, concentrandosi sui principali strumenti utilizzati per valutarne la sostenibilità. Per farlo, hanno esaminato i principali strumenti oggi utilizzati per misurare le prestazioni ambientali ed economiche degli allevamenti.
Tra questi, il Life Cycle Assessment (LCA), che misura gli impatti ambientali lungo il ciclo di vita del sistema produttivo, e il Life Cycle Costing (LCC), dedicato ai costi complessivi. Hanno anche approfondito le analisi costi-benefici per stimare anche gli effetti economici delle diverse soluzioni produttive.
La conclusione è che la sostenibilità non può essere valutata considerando un solo aspetto. Per capire se un allevamento è davvero più efficiente occorre integrare indicatori ambientali, economici e gestionali, così da fornire dati affidabili sia alle imprese sia ai decisori pubblici.
Un’opportunità da sviluppare, non una soluzione automatica
Uno degli aspetti più interessanti emersi dalla ricerca riguarda proprio il modo in cui vengono interpretati i risultati disponibili.
L’analisi evidenzia infatti che molti sistemi IMTA studiati finora sono ancora sperimentali oppure non pienamente ottimizzati. Per questo motivo non è ancora possibile affermare in modo definitivo che garantiscano sempre benefici ambientali superiori rispetto agli allevamenti tradizionali.
Le valutazioni economiche mostrano spesso risultati favorevoli, mentre quelle ambientali richiedono ancora metodologie più robuste e dati provenienti da impianti maturi e realmente operativi.
Se sul piano economico i risultati sono spesso incoraggianti, su quello ambientale servono ancora metodi di valutazione più robusti e dati raccolti in impianti pienamente operativi.
Il progetto BLUEBOOST guarda alla competitività del settore europeo
La ricerca rientra nelle attività del progetto BLUEBOOST, che punta a dimostrare come l’integrazione di specie a basso livello trofico con gli allevamenti tradizionali possa contribuire a rendere l’acquacoltura europea più competitiva, resiliente e sostenibile.
Tra gli obiettivi figurano la diversificazione delle produzioni, il riciclo dei nutrienti e la riduzione dell’impronta ambientale, in linea con le strategie europee per la Blue Economy e la transizione ecologica.
L’articolo scientifico è disponibile al seguente link: onlinelibrary.wiley.com

