CIA stima oltre 2 miliardi di euro di danni e rese complessive inferiori del 15% alla media degli ultimi cinque anni. Dietro il dato nazionale emergono situazioni molto diverse: per la soia si prevede un -26%, mentre il mais potrebbe perdere fino alla metà del raccolto in alcune aree lombarde
Il caldo prolungato dell’estate 2026 e la scarsità di piogge hanno colpito i campi in momenti decisivi del ciclo produttivo e ora, con l’avanzare della stagione, comincia a delinearsi il bilancio.
Secondo le stime diffuse da CIA-Agricoltori Italiani, il conto per il settore primario italiano avrebbe già superato i 2 miliardi di euro, considerando le perdite nei campi e le ore di lavoro compromesse.
I dati parlano di rese che, secondo le previsioni, saranno di circa il 15% al di sotto della media degli ultimi cinque anni, su livelli che CIA paragona a quelli registrati nel 2003 e nel 2022.
Soia a -26%, per il mais perdite fino al 50% in alcune zone
A soffrire maggiormente sarebbe la soia, per la quale l’associazione degli Agricoltori Italiani prevede una contrazione delle rese del 26%.
Per il mais da granella, invece, la flessione stimata è del 18% anche se in alcuni areali della Lombardia le perdite potrebbero raggiungere addirittura il 50%. Situazioni preoccupanti vengono segnalate anche per il riso, in particolare in Lomellina e Baraggia.
Più a sud entra in gioco il pomodoro, una delle colture maggiormente legate all’industria agroalimentare italiana. Nell’area meridionale del Paese si parla di una riduzione produttiva del 16%.
A luglio e agosto, le temperature massime hanno superato i 35° C per circa due giorni su tre, mentre nel Nord-Ovest, a partire da luglio, le precipitazioni sarebbero risultate quasi dimezzate rispetto alla media stagionale.
Nelle zone europee prive di irrigazione, secondo il quadro riportato dall’organizzazione agricola, le perdite di resa potrebbero arrivare al 50%, interessando cereali, semi oleosi, frutta, ortaggi e uva.
Il caldo colpisce anche gli allevamenti
A soffrire non è stata solo l’agricoltura, le cui problematiche sulle rese si trasferiscono alla zootecnia attraverso una ridotta disponibilità di foraggi e mangimi.
Per gli allevamenti bovini c’è poi un effetto diretto delle alte temperature. CIA ha segnalato una diminuzione della produzione quotidiana di latte compresa fra uno e tre litri per capo nei periodi caratterizzati dal caldo più intenso.
Tutto questo si traduce anche in conseguenze economiche, come spiega il presidente nazionale di CIA, Cristiano Fini, che richiama la necessità di non limitarsi a intervenire dopo le emergenze.
«Non è più solo una questione di raccolti: sommata al forte aumento dei costi di fertilizzanti ed energia, rappresenta un rischio per l’economia, per la produzione e la sicurezza alimentare, oltre che un fattore inflazionistico destinato a farsi sentire anche nei prossimi mesi».
La richiesta di CIA è di portare l’adattamento climatico al centro della Politica agricola comune successiva al 2027, intervenendo sulla gestione del rischio e destinando maggiori investimenti alla ricerca, alle varietà più resistenti, alle infrastrutture irrigue e alla gestione dell’acqua.
«Bisogna mettere gli agricoltori nelle condizioni di prevenire i rischi del cambiamento climatico e non soltanto di affrontarne le conseguenze», aggiunge Fini.
L’associazione confida ora anche sul Consiglio informale Agrifish in programma a Dublino, dal quale auspica possano arrivare le prime indicazioni europee.
Il bilancio definitivo della campagna agricola arriverà soltanto con il completamento dei raccolti ma le stime appena diffuse mostrano già che dietro il -15% medio nazionale ci sono colture e territori nei quali l’estate 2026 ha lasciato perdite molto più profonde.


