La nuova Indicazione geografica protetta è la 46ª Dop e Igp dell’Emilia-Romagna. Un olio prodotto a sud della Via Emilia, in un’area al limite settentrionale della coltivazione olivicola, dove microclima, cultivar locali e lavorazioni rigorose ne definiscono le peculiarità
Bologna entra ufficialmente nella geografia europea degli oli a Indicazione geografica con l’Olio dei Colli di Bologna IGP. La Commissione europea ha iscritto la denominazione nel registro dell’Unione con il Regolamento di esecuzione (UE) 2026/2078 del 9 settembre, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale dell’UE il 16 settembre 2026.
Con il nuovo riconoscimento salgono a 46 le Dop e Igp agroalimentari dell’Emilia-Romagna mentre, per il comparto oleario regionale, si tratta della terza denominazione europea, dopo le Dop Brisighella e Colline di Romagna.
Dietro l’IGP c’è però una storia meno conosciuta rispetto a quella di altre produzioni bolognesi. L’olivo, associato nell’immaginario alle regioni più meridionali, sulle colline di Bologna cresce infatti in prossimità del 44° parallelo, ai margini settentrionali dell’areale mediterraneo della specie. La sua presenza si è conservata in nicchie riparate dai venti freddi e dalle nebbie, con esemplari secolari sopravvissuti anche alle gelate che nei secoli hanno ridimensionato questa coltura.
Un olio che nasce a sud della Via Emilia
L’areale dell’Olio dei Colli di Bologna IGP attraversa buona parte della fascia collinare e appenninica della Città metropolitana. Il disciplinare comprende interamente 25 comuni, da Casalecchio di Reno a Valsamoggia, da Monte San Pietro a Pianoro, fino a numerosi centri dell’Appennino; per Bologna, Anzola dell’Emilia, Castel San Pietro Terme, Dozza, Imola, Ozzano dell’Emilia e San Lazzaro di Savena è invece interessata la porzione di territorio situata a sud della Via Emilia. In quest’area devono avvenire coltivazione, raccolta delle olive e oleificazione.
Uno degli elementi più interessanti riguarda la geologia. Parte del territorio è caratterizzata dalle rocce evaporitiche gessose comprese nell’area del “Carsismo nelle evaporiti e grotte dell’Appennino Settentrionale”, iscritta dal 2023 nella lista del Patrimonio mondiale UNESCO.
Gli affioramenti di gesso non sono terreni coltivabili, ma il disciplinare attribuisce loro un ruolo nel microclima locale. L’inerzia termica delle rocce e l’esposizione a sud di alcune rupi, infatti, contribuiscono alla graduale cessione del calore, creando condizioni favorevoli a colture mediterranee come l’olivo. A questo si aggiungono escursioni termiche marcate e una disponibilità idrica generalmente limitata durante l’estate.
Correggiolo, Farneto, Montebudello: le olive ammesse dall’IGP

Graze al riconoscimento europeo diventano più conosciute anche alcune varietà che difficilmente escono dai confini bolognesi.
Per gli oli monovarietali il disciplinare ammette Correggiolo, Frantoio, Nostrana di Brisighella e suoi cloni, Ghiacciolo e suoi cloni, Farneto, Montebudello, Montecapra, Montecalvo 2 e Oliveto. La cultivar indicata deve costituire almeno l’85% delle olive utilizzate.
Farneto, Montebudello, Montecapra, Montecalvo 2 e Oliveto sono cultivar ottenute dalla selezione e conservazione di antichi genotipi individuati nella provincia di Bologna, adattati alle condizioni climatiche della collina.
Per i blend si aggiungono Leccino e Maurino e almeno l’80% deve provenire congiuntamente da due o più cultivar previste dal disciplinare.
Come si riconosce l’Olio dei Colli di Bologna IGP
Il colore dell’IGP varia dal verde al giallo oro e può modificarsi nel tempo. All’assaggio, l’olio si caratterizza per un fruttato di oliva da medio a intenso, cioè per profumi e sensazioni che richiamano l’oliva fresca. Amaro e piccante hanno anch’essi un’intensità medio-alta, mentre possono emergere note di carciofo, erba, mandorla e pomodoro.
L’acidità libera non può superare lo 0,3%, l’acido oleico deve essere almeno pari al 72%, mentre l’acido linoleico non può oltrepassare il 10%. Il rapporto tra oleico e linoleico deve essere almeno 7 e il contenuto di biofenoli/polifenoli non può scendere sotto i 150 mg di acido gallico per chilogrammo di olio.
Il disciplinare interviene inoltre sulla lavorazione. Le olive devono essere raccolte direttamente dalla pianta, dall’inizio dell’invaiatura e comunque entro il 20 novembre, e lavorate entro 48 ore. Sono vietati i sacchi per il trasporto e le olive cadute naturalmente a terra non possono essere utilizzate. In frantoio sono ammessi esclusivamente processi meccanici e fisici e la temperatura di lavorazione non può superare i 27 °C.
Storia di un’olivicoltura sopravvissuta al freddo
La presenza dell’olivo sulle colline bolognesi ha radici antiche. Le fonti raccolte nel percorso per il riconoscimento fanno risalire le prime testimonianze all’epoca romana, mentre documenti successivi attestano la presenza di oliveti intorno a Bologna già dall’VIII secolo.
La posizione geografica ha però reso questa coltura particolarmente vulnerabile. Gelate e condizioni climatiche difficili ne determinarono un progressivo ridimensionamento tra il Seicento e l’Ottocento. La ripresa è molto più recente: dagli anni Novanta del Novecento studi scientifici, nuovi impianti e il recupero di materiale vegetale locale hanno accompagnato una nuova fase dell’olivicoltura bolognese.
Il disciplinare rivela una produzione “a macchia di leopardo” nelle zone più favorevoli, spesso su appezzamenti terrazzati. Anche i frantoi sono pochi e nel tempo sono diventati punti di riferimento per aziende situate nelle aree circostanti.
Dal progetto dei produttori al riconoscimento europeo
Il percorso istituzionale dell’IGP è partito nel 2021 per iniziativa della Rete Olio extra vergine di oliva Colli di Bologna, costituita nel 2017. La domanda di registrazione è stata presentata nel 2023 e, dopo il passaggio regionale e l’istruttoria del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, è arrivata alla Commissione europea.
Il 19 maggio 2026 la domanda è stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, aprendo il periodo previsto per eventuali opposizioni. Trascorso senza contestazioni, l’iter si è concluso con il regolamento di registrazione del 9 settembre.
«Siamo molto felici di avere raggiunto questo bel risultato – ha dichiarato Ermanno Rocca, presidente della Rete Olio extra vergine di oliva Colli di Bologna – che dà lustro al territorio agricolo bolognese, creando nuove possibilità di sviluppo sostenibile e una valorizzazione paesaggistica in considerazione della legge sull’oleoturismo».
Il presidente della Regione Emilia-Romagna Michele de Pascale e l’assessore regionale all’Agricoltura e all’Agroalimentare Alessio Mammi hanno sottolineato soprattutto il valore economico della certificazione: «Le Indicazioni geografiche sono uno degli strumenti più importanti che abbiamo per difendere il valore e la qualità delle produzioni, sostenere il reddito e il lavoro delle imprese e rendere più forti le nostre filiere».
Sulle etichette compariranno anche le Due Torri, Garisenda e Asinelli, affiancate da rami e olive, scelte come segno grafico dell’Olio dei Colli di Bologna IGP.


