Mense aziendali, Carosello, supermercati e nuove culture gastronomiche: dagli anni Sessanta agli anni Novanta, l’Italia cambia il modo di acquistare, consumare e vivere il cibo
Nel precedente approfondimento dedicato al boom economico degli anni Sessanta abbiamo visto come la diffusione degli elettrodomestici, del turismo di massa e dei primi cibi pronti abbia trasformato profondamente le abitudini alimentari degli italiani.
Quella rivoluzione, tuttavia, non si fermò alle mura domestiche. Negli anni successivi cambiarono anche il modo di fare la spesa, i luoghi del consumo alimentare e, più avanti, arrivarono nuove culture gastronomiche che contribuirono ad arricchire il nostro panorama culinario.

Quando cambiano i luoghi del pranzo quotidiano
A partire dagli anni Sessanta, i profondi mutamenti che interessarono l’organizzazione del lavoro, la struttura della famiglia e il ruolo della donna nella società modificarono anche le modalità e i luoghi del consumo alimentare quotidiano.
La diffusione dell’orario unico di lavoro nelle fabbriche e negli uffici, l’ingresso della donna nel mondo del lavoro al di fuori della famiglia e la disponibilità di mense nei luoghi di lavoro, in sostituzione del pasto riscaldato nel tradizionale portavivande in alluminio, comunemente chiamato “baracchino”, modificarono profondamente le abitudini degli italiani.
Un’evoluzione analoga interessò anche il mondo della scuola, dove l’introduzione della didattica a tempo pieno trasformò le modalità di consumo del pranzo. Questi cambiamenti non riguardarono soltanto il luogo in cui si consumava il pasto di mezzogiorno, ma contribuirono anche a diversificare progressivamente l’offerta alimentare, chiamata a rispondere alle esigenze di una società sempre più dinamica, articolata e caratterizzata da modelli di consumo in continua evoluzione.
La diffusione delle mense aziendali e scolastiche, inizialmente collocate in locali adiacenti alle cucine di preparazione dei pasti, segnò un ulteriore passaggio nell’evoluzione degli stili alimentari italiani. Dalla metà degli anni Ottanta, tali strutture furono progressivamente riorganizzate secondo il modello del catering, con la conseguente industrializzazione della produzione dei pasti, preparati in centri dedicati e successivamente distribuiti nei diversi luoghi di consumo.
Carosello e i supermercati inaugurano una nuova stagione dei consumi
Negli anni del boom economico, anche la televisione e la moderna distribuzione commerciale contribuirono a trasformare profondamente il rapporto degli italiani con il cibo.
Da un lato, la messa in onda di Carosello (1957-1977), il primo storico contenitore pubblicitario della televisione italiana, favorì la diffusione di nuovi modelli di consumo; dall’altro, l’apertura dei primi supermercati modificò radicalmente le modalità di acquisto degli alimenti, introducendo forme di distribuzione fino ad allora sconosciute nel nostro Paese.
L’inaugurazione del primo punto vendita Esselunga a Milano, nel 1957, rappresentò una svolta nel panorama commerciale italiano. A questa iniziativa seguirono, nel giro di pochi anni, i supermercati dei fratelli Garosci a Torino (1959), la catena Romana Supermercati di Marco Brunelli a Roma (1960), Pam a Mestre e, successivamente, la progressiva espansione dell’insegna SMA in numerose città italiane.
L’evoluzione della grande distribuzione organizzata (GDO) ampliò anche la varietà dei prodotti disponibili sugli scaffali. Accanto ai surgelati comparvero quantità sempre maggiori di alimenti pronti al consumo: sughi, paste già preparate, pietanze confezionate, ravioli in scatola già conditi e numerosi altri prodotti destinati a semplificare la preparazione dei pasti e a modificare progressivamente le abitudini di acquisto delle famiglie italiane.

L’Italia si apre alle cucine del mondo
Tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, l’evoluzione dei consumi contribuì a un graduale processo di omologazione alimentare. Le tradizioni culinarie dei micro e macro territori italiani vennero progressivamente confinate soprattutto ai momenti della convivialità familiare, come il pranzo domenicale e le festività, mentre l’alimentazione quotidiana si orientava sempre più verso un’offerta standardizzata, favorita dalla crescente diffusione dei prodotti industriali.
Se nei decenni precedenti erano stati gli emigranti italiani a diffondere nel mondo prodotti, ricette e tradizioni gastronomiche del nostro Paese, a partire dagli anni Novanta il fenomeno assunse anche la direzione inversa. L’Italia divenne meta di consistenti flussi migratori provenienti da Paesi lontani, alimentati dalla ricerca di migliori opportunità lavorative, dalla caduta dei regimi dell’Europa orientale e dai conflitti che interessavano diverse aree del mondo. L’incontro tra comunità di origine diversa favorì una progressiva apertura verso culture alimentari fino ad allora poco conosciute, contribuendo ad arricchire il panorama gastronomico nazionale.
Questi cambiamenti sociali si rifletterono rapidamente anche sulla tavola. Accanto alle cucine regionali italiane si diffusero nuove tradizioni gastronomiche e modelli di ristorazione fino ad allora poco presenti nel nostro Paese.
Fecero la loro comparsa ristoranti cinesi, take away e formule all you can eat; negli anni successivi arrivarono anche il poke hawaiano e nuovi alimenti come il kebab, il rotolo di manzo affumicato e il consumo del pesce crudo, destinati a entrare stabilmente nelle abitudini alimentari di una parte crescente della popolazione.

La cucina italiana tra identità nazionale e apertura internazionale
Questo percorso storico e socio-alimentare dimostra quanto siano strettamente interconnessi i fattori culturali, sociali e gli stili alimentari di una comunità.
Pur attraversando profonde trasformazioni dal secondo dopoguerra a oggi, l’Italia ha saputo conservare il proprio patrimonio gastronomico, integrando nuove influenze senza rinunciare alle tradizioni che caratterizzano i suoi territori. È anche grazie a questa capacità di evolversi che l’enogastronomia rappresenta ancora oggi uno degli elementi più distintivi dell’immagine del nostro Paese nel mondo, come dimostra anche il riconoscimento UNESCO della cucina italiana come patrimonio culturale immateriale.
Un contributo decisivo in questa direzione è arrivato nel 1986 con la nascita del movimento Slow Food, fondato da Carlo Petrini. Attraverso la tutela della biodiversità, la valorizzazione delle produzioni tipiche e la salvaguardia delle tradizioni locali, il movimento ha svolto un ruolo fondamentale nel contrastare i processi di omologazione alimentare, promuovendo un modello di sviluppo fondato sulla qualità e sul legame con i territori. Un impegno che trova oggi una delle sue espressioni più significative nella rete dei Presìdi Slow Food.
Bellezza, arte, musica, design, moda, cultura ed enogastronomia costituiscono alcune delle espressioni più riconoscibili dell’identità italiana. Ambiti diversi, ma accomunati dalla capacità di raccontare la storia, la creatività e il patrimonio culturale del nostro Paese, contribuendo a consolidarne nel tempo la reputazione internazionale.
Anche la cucina italiana, grazie alla straordinaria varietà delle sue tradizioni regionali, alla qualità delle produzioni agroalimentari e al profondo legame con i territori, continua a rappresentare uno dei simboli più apprezzati del Bel Paese. Una cucina che ha saputo rinnovarsi nel tempo senza perdere le proprie radici e che continua a esprimere quel patrimonio culturale che già Dante Alighieri celebrava nella Divina Commedia.
Fonti
- Crainz, Guido, Storia del miracolo italiano. Culture, identità, trasformazioni fra anni cinquanta e sessanta, Donzelli, Roma, 2005.
- Fava, Franco A.; Garosci, Riccardo, C’era una volta il supermarket. Cinquant’anni di supermercati in Italia. Sociologia dei consumi che cambiano, Sperling & Kupfer, Milano, 2008.
- Petrini, Carlo, pubblicazioni e attività del movimento Slow Food.

