Dalle figure femminili dell’antica Grecia alle vignaiole contemporanee: nel libro di Elvia Gregorace, pubblicato da Trenta Editore e finalista al Premio Bancarella della Cucina 2026, la vicenda della figlia di Elena diventa una lente per leggere le esistenze e le ferite ancora aperte della violenza di genere
Nel racconto epico che ha consegnato ai secoli Elena, Clitemnestra e Cassandra, esiste una figura rimasta ai margini del mito, Ermione. Figlia di Elena e Menelao, cresce all’ombra di una madre capace di scatenare una guerra e di un padre umiliato nell’onore, mentre la sua esistenza viene segnata dall’abbandono e dalle conseguenze delle scelte altrui.
È a questa voce minore che Elvia Gregorace affida il suo libro “Ermione. Vite & Vite. Fermenti femminili“, il saggio-romanzo pubblicato da Trenta Editore, con la prefazione di Attilio Scienza.
Non più soltanto un personaggio secondario della saga troiana, ma una narratrice sospesa fuori dal tempo. Ermione guarda il mondo antico e quello contemporaneo con la stessa inquietudine, riconoscendo nelle vicende delle donne di oggi qualcosa di sorprendentemente familiare.
Il calice come chiave del racconto
Il vino non resta sullo sfondo della narrazione, ma entra nella trama intrecciandosi al mito, accompagna le storie delle donne e finisce per rivelare qualcosa anche dei caratteri umani.
Nella cultura classica è stato rito, ebbrezza, commercio; come ricorda Attilio Scienza nella prefazione, è simbolo di una dimensione ancora più complessa, sospesa tra piacere e perdita del controllo, razionalità e alterazione dei sensi.
Una sostanza ambivalente, strumento di socialità e conoscenza, proprio come il Dioniso a cui Ermione, nel libro, chiede ispirazione al posto delle Muse.
I vitigni e il gioco delle analogie
Il titolo contiene la chiave dell’intero libro. “Vite & Vite” mette in collisione due significati della stessa parola, ovvero, le esistenze umane e la pianta. Oltre al gioco linguistico è il principio costruttivo dei ventiquattro capitoli.
Elvia Gregorace procede per analogie. A ogni figura femminile del mito o della storia corrisponde una donna contemporanea del mondo del vino; a ogni vicenda umana si affianca un vitigno, con la sua origine, la sua resistenza, le sue caratteristiche organolettiche e il paesaggio nel quale affonda le radici.
Un parallelismo che non pretende di essere scientifico ma narrativo, psicologico, talvolta persino sensoriale.

Le donne che hanno scelto la vigna
La parte più concreta del libro è dedicata alle produttrici contemporanee, che rappresentano una sorta di riscatto rispetto alle donne del mito, spesso subordinate a decisioni altrui. Se nell’antichità, infatti, le figure femminili sono state oggetto di desiderio, pedine matrimoniali o vittime di guerre e tradimenti, nel presente diventano protagoniste: lavorano in vigna e in cantina, costruiscono imprese e prendono decisioni.
Il vino diventa così il segno tangibile di un’autonomia conquistata, il punto in cui le vicende mitiche trovano finalmente un contrappunto concreto nelle vignaiole di oggi.
Così, Giovanna di Cantine Artese, in Calabria, viene accostata allo Zibibbo, vitigno che la produttrice coltiva a Zambrone e che diventa per Ermione uno specchio della sua storia personale. Lucia Letrari porta, invece, il racconto di una formazione professionale intrapresa in anni in cui le donne erano ancora una presenza minoritaria nell’Istituto Agrario di San Michele all’Adige.
Lo Chardonnay, il Pinot noir e le altre varietà contribuiscono ad un lessico caratteriale attraverso il quale Ermione interpreta le donne che incontra. Nel testo, anche la degustazione diventa una forma di lettura, capace di far emergere temperamenti, fragilità e resistenze.
Quando il mito incontra Giulia e Saman
È però nella sovrapposizione tra mito e cronaca nera che Ermione assume il suo tono più severo, osservando il presente e riconoscendo una continuità inquietante. La gelosia, la violenza, l’incapacità di accettare la libertà femminile non appartengono soltanto alle tragedie antiche.
Per questo nel libro trovano spazio anche vicende di donne realmente esistite, come Agitu Ideo Gudeta, imprenditrice e allevatrice uccisa nel 2020 in Trentino da un suo dipendente. O quelle, più recenti di Giulia Cecchettin e di Saman Abbas.
Accostare queste vicende alle donne del mito è il modo scelto dall’autrice per mettere in evidenza la persistenza di alcuni archetipi: la donna colpevolizzata, quella desiderata come oggetto, quella punita quando tenta di sottrarsi al ruolo che altri hanno stabilito per lei.
Il volume insiste proprio su questo filo rosso, fino a sostenere che le figure archetipiche della classicità continuano a riemergere nella società contemporanea, seppure con forme differenti.

Chi è Elvia Gregorace
Giornalista calabrese e docente di lettere classiche in un liceo romano, oltre che sommelier del vino e del cioccolato, Elvia Gregorace firma da anni il suo blog Il Tritagonista e collabora con La Gazzetta del Gusto raccontando territori, cantine e piatti come luoghi dell’anima.
Ha esordito nel mondo dell’editoria nel 2016 con “Mr. Gullotta Leo, My Huge Pumpkin” per Carratelli Editore, per poi firmare nel 2019 “Oroscopo delle spezie e vini astrali” nella collana “L’astro narrante” curata da Silvia Casini per Fanucci Editore.
“Ermione. Vite & Vite. Fermenti femminili“, pubblicato a novembre 2025, è tra i sei finalisti del Premio Bancarella della Cucina 2026. La prefazione di Attilio Scienza, tra i massimi studiosi italiani di ampelografia, inquadra la centralità simbolica del vino nel mondo antico e la sua natura psicoattiva, primo strumento in grado di alterare la coscienza e introdurre a esperienze straordinarie.
Perché leggere “Ermione. Vite & Vite”
Il libro merita attenzione per l’audacia della sua costruzione, che rifiuta sia il saggio divulgativo sul vino sia la riscrittura mitologica in stile contemporaneo. Gregorace sceglie piuttosto una terza via, un esperimento ibrido in cui la potatura della vite o la trasformazione del mosto diventano metafore del trauma e della rinascita femminile, mentre racconto, mitologia e cronaca si contaminano continuamente.
Il lettore viene condotto avanti e indietro nel tempo, dalla Grecia arcaica alla contemporaneità, dalla vicenda di una donna del mito alla biografia di una vignaiola. È parte della natura stessa dell’opera, che vuole tenere insieme mondi apparentemente lontani.
Il valore di una voce minore
Un merito significativo dell’autrice è anche quello di aver scelto Ermione. Non Elena, non Medea o Circe, ma una donna rimasta ai margini della grande narrazione. Alcune domande, poste migliaia di anni fa, continuano a riguardarci ancora oggi, e il vino, come le vite che il libro racconta, cambia di significato a seconda dello sguardo con cui lo si osserva.
È forse questa la ragione per cui “Ermione. Vite & Vite. Fermenti femminili” lascia una traccia più lunga della sua trama, che merita di essere affrontata con lo stesso rigore con cui si affronterebbe una degustazione complessa: senza fretta, e senza sconti.


