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Coronavirus, appello Slowfood al Governo italiano: «Ripartiamo dalla Terra»

Oltre 7.000 tra cuochi, contadini, artigiani del cibo, allevatori, politici, accademici e cittadini ritengono che il Decreto Rilancio non sia sufficiente per superare la crisi causata dal Covid-19

I blocchi produttivi dovuti all’impatto del Coronavirus sul tessuto imprenditoriale italiano non hanno risparmiato il settore agricolo-alimentare, che pone al centro l’uomo e valorizza il suo lavoro.

La sfida attuale del post-emergenza sanitaria è quella di comprendere le conseguenze su tale comparto che riveste, senza ombra di dubbio, un ruolo strategico poiché rappresenta una catena di attività per portare i prodotti agricoli al consumatore finale. In Italia, infatti, il sistema agroalimentare riunisce tante piccole e medie imprese attive in tutta la filiera, dalla fase di trasformazione della materia prima alla distribuzione e al dettaglio.

Ripartiamo dalla terra: l’appello dell’Alleanza Slowfood

Ripartiamo dalla terra: i limiti evidenziati del Decreto Rilancio
Cuochi aderenti al progetto dell’Alleanza Slowfood. 

Nell’appelloRipartiamo dalla Terra”, rivolto al Governo, lanciato dai cuochi aderenti al progetto dell’Alleanza Slowfood si evidenzia la necessità di un grande gioco di squadra per ripartire con slancio dopo il Covid-19, coinvolgendo tutta la filiera alimentare: dai ristoratori ai consumatori.

Anche Massimiliano e Raffaele Alajmo del pluristellato ristorante Le Calandre di Sarmeola di Rubano (Pd) hanno apposto la propria firma nell’accorato appello.

«Un Paese che dimentica la terra è un Paese debole, un Paese che non valorizza i suoi contadini, pescatori, pastori, artigiani è un Paese che non sa riconoscere la bellezza e non ha il coraggio di coltivare il sogno», hanno dichiarato Massimiliano e Raffaele Alajmo che aggiungono: «La cucina italiana è una lunga catena dalle maglie fitte, ogni maglia rappresenta un contadino, un allevatore, un casaro, una trattoria, un ristorante, un’osteria, un pescatore, un vignaiolo, un pastaio. Oggi questa catena è più fragile, molti anelli si sono indeboliti e necessitano dell’aiuto di tutta l’Italia prima che si spezzi».

L’anima dei produttori e dei ristoratori fiori all’occhiello del Made in Italy

Secondo un’analisi di Coldiretti, il sistema agricolo allargato anche alla ristorazione occupa 3,8 milioni di persone e genera un fatturato di 538 miliardi di euro pari al 25% del Pil (dati consolidati 2019). Numeri che sottolineano come, grazie alle esportazioni agroalimentari, cibo e vino Made in Italy siano stati consumati sulle tavole di tutti i Paesi del mondo incrementando la crescita del 4% rispetto ai 41,8 miliardi dell’anno precedente. Questo evidenzia ancor di più che «I produttori mettono l’anima nel lavoro che fanno, per noi cuochi il compito è portare quest’anima nel piatto, rispettandola e raccontandola», come dichiara Oskar Messner dell’osteria Pitzock in Val di Funes (Bz).

Ẻ importante ricordare che la cucina italiana è da sempre sinonimo di eccellenza all’estero anche per merito della miriade di piccoli produttori, già stretti dalla morsa della grande distribuzione e della produzione massiva, mandati ulteriormente in crisi da questa pandemia.

Cesare Battisti, segretario generale dell’Associazione Italiana Ambasciatori del Gusto nonché titolare del Ratanà di Milano,  precisa che «ad oggi 184.000 ristoranti coprono il 13% del Pil del Paese e assorbono dal 30 al 40% dei prodotti coltivati sul suolo nazionale. Siamo un fiore all’occhiello e rappresentiamo i valori italiani anche all’estero, vogliamo essere ascoltati e trattati con dignità».

Il Decreto Rilancio e l’attenzione all’agricoltura

Il Decreto Rilancio, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 19 maggio, riserva grande attenzione all’agricoltura. Prevede un consistente stanziamento di risorse e provvedimenti importanti, come la possibilità di usufruire della cassa integrazione o di accedere ad agevolazioni e bonus. Tuttavia non è sufficiente. Bisogna lavorare affinché gli stanziamenti riescano a premiare l’agricoltura e le filiere sostenibili e in particolare, come si chiede nell’appello: “(…) estendere il credito d’imposta agli acquisti di prodotti agricoli e di artigianato alimentare di piccola scala legato a filiere locali, in una misura pari almeno al 20%, da aumentare al 30% nel caso in cui tali aziende pratichino un’agricoltura biologica, biodinamica, o siano localizzate in aree marginali, disagiate e di particolare valore ambientale del nostro Paese”.

L’adesione dei parchi italiani

Ripartiamo dalla Terra ha raccolto molte adesioni anche da parte dei parchi italiani. «Da dieci anni nel nostro parco abbiamo avviato una intensa collaborazione tra agricoltori, allevatori locali, piccoli artigiani e ristoranti del territorio e pensiamo che sia questa la strada giusta. Per questo l’appello ci trova assolutamente d’accordo» afferma Fausto Giovanelli, presidente del Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano.

L’auspicio di Slowfood

Trarre un insegnamento da questa pandemia è possibile per avanzare delle proposte essenziali che mirino a ripensare e costruire un futuro diverso. I veri nemici da sconfiggere “saranno ancora la perdita di biodiversità, l’erosione del territorio, l’inquinamento dell’aria, dell’acqua, l’impoverimento della fertilità nei nostri terreni, la cementificazione, l’abbandono delle aree rurali e dei piccoli borghi, lo spreco alimentare, lo sfruttamento del lavoro, l’indifferenza per chi produce con attenzione alle ragioni e ai tempi della natura e l’individualismo, che fa prevalere l’io sul senso di comunità. Se vogliamo porre le basi di un futuro diverso dobbiamo cambiare prospettiva”.

«Dobbiamo ripartire dalla solidarietà sociale, dall’economia di relazione e da un grande impegno collettivo per dare valore al territorio e alla sua cultura – spiega Roberta Capizzi, titolare del ristorante Me Cumpari Turiddu nel centro di Catania – per questo sosteniamo l’appello di Slow Food». Capizzi è stata una delle prime firmatarie. Slowfood auspica un cambiamento reale per trovare il coraggio di dire “basta” ai pesticidi, a monocolture e ad allevamenti intensivi e a derrate alimentari prodotte a danno degli ecosistemi. In aggiunta a tali considerazioni ribadisce la necessità che i proclami di produttori e consumatori finali per un’agricoltura più green, più equa e più rispettosa dell’ambiente diventino finalmente concreti.

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