Due ricerche della Società Italiana di Nutrizione Umana mostrano che il modello alimentare mediterraneo condivide molti principi della Planetary Health Diet, pensata per ridurre l’impatto ambientale del cibo
Negli ultimi anni il dibattito sull’alimentazione sostenibile ha portato all’attenzione del grande pubblico la cosiddetta Planetary Health Diet, il modello elaborato dalla commissione internazionale EAT-Lancet per conciliare salute e tutela dell’ambiente. Ma quanto si discosta davvero dalla dieta mediterranea, patrimonio culturale dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo?
A rispondere sono due nuovi studi pubblicati sull’International Journal of Food Sciences and Nutrition dalla Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU), secondo i quali i due modelli condividono gran parte dei principi nutrizionali e ambientali.
Più legumi e frutta secca, ma la base resta quella mediterranea
La ricerca ha messo a confronto la dieta planetaria con le raccomandazioni alimentari di Italia, Spagna, Grecia e Portogallo, evidenziando numerosi punti di contatto. Entrambe privilegiano cereali integrali, frutta, verdura e grassi insaturi, mentre le principali differenze riguardano il maggiore consumo di legumi e frutta a guscio suggerito dal modello EAT-Lancet.
Secondo gli studiosi, la dieta planetaria non va interpretata come un regime alimentare identico per tutti i Paesi, ma come una cornice generale che può essere adattata alle diverse culture gastronomiche. In quest’ottica, la dieta mediterranea rappresenta uno degli esempi più efficaci di applicazione concreta di questi principi.
La sostenibilità entra nelle raccomandazioni nutrizionali
Il cambiamento climatico sta modificando il modo in cui produciamo il cibo e anche il modo in cui pensiamo all’alimentazione. La sostenibilità ambientale è ormai considerata una componente essenziale delle indicazioni nutrizionali, accanto agli aspetti legati alla salute.
«L’aggiornamento SINU della Piramide della Dieta Mediterranea ha già recepito molte delle più recenti evidenze scientifiche, valorizzando non solo gli aspetti nutrizionali, ma anche quelli ambientali», ha spiegato Francesco Sofi, presidente della SINU, ricordando l’importanza degli alimenti vegetali, dei prodotti stagionali e della riduzione degli sprechi.

Come si misura una dieta sostenibile?
Il secondo studio affronta una questione meno conosciuta ma decisiva per la ricerca scientifica. I ricercatori hanno individuato 26 diversi sistemi utilizzati negli ultimi anni per valutare quanto una persona segua la dieta planetaria.
Il problema è che questi strumenti non adottano criteri uniformi: cambiano gli alimenti considerati, i punteggi e le modalità di calcolo. Una situazione che rende difficile confrontare i risultati delle ricerche e comprendere con precisione l’efficacia delle strategie alimentari orientate alla sostenibilità.
«La Dieta Planetaria non è un menù universale da applicare indistintamente in tutto il mondo. È un quadro di riferimento che individua obiettivi comuni per la salute dell’uomo e del Pianeta, lasciando spazio alle diverse culture alimentari», sottolineano Daniela Martini e Marialaura Bonaccio, componenti del gruppo di studio SINU dedicato alla dieta mediterranea.
Dalla tavola alle politiche pubbliche
Le conclusioni dei due lavori indicano una direzione precisa: costruire sistemi alimentari più sostenibili non significa abbandonare le tradizioni locali, ma valorizzarle quando risultano compatibili con le esigenze ambientali e con le conoscenze scientifiche più recenti.
Il tema è destinato a incidere sempre di più sulle politiche sanitarie e agricole dei prossimi anni, in un contesto in cui il rapporto tra alimentazione, salute e cambiamento climatico appare sempre più stretto.


