La prima edizione della Festa del Catarratto ha riunito produttori, appassionati e comunità locali in uno dei borghi più piccoli della Sicilia, tra degustazioni, tradizioni italo-albanesi e artigianato identitario
Si è conclusa la prima edizione della “Festa del Catarratto” a Santa Cristina Gela (PA), l’evento che il 6 e 7 giugno ha celebrato il vitigno simbolo della Sicilia occidentale. Una varietà che, nella sola provincia di Trapani, copre circa il 70% del totale regionale coltivato, mentre nel Palermitano si aggira intorno al 50% delle uve a bacca bianca.
Per anni svalutato e considerato un vitigno destinato ai grandi volumi produttivi, il Catarratto sta vivendo un orgoglioso rinascimento grazie al lavoro di produttori ed enologi che ne stanno esaltando le potenzialità qualitative.
«Il vitigno veniva denigrato da enologi e produttori che ne facevano un cattivo uso, forse perché erano tecnici in cantina ma non approfondiavano abbastanza la conoscenza in vigna», ha spiegato Tonino Guzzo, enologo della maggior parte delle aziende aderenti ad ARCA (Associazione Regionale Catarratto Autentico), il gruppo che ha ideato la manifestazione dedicata al quarto vitigno più coltivato in Italia.

Un borgo che diventa racconto del territorio
L’evento enologico ha trovato casa in uno dei borghi più piccoli della Sicilia, unendo appassionati di vino, cantine e realtà gastronomiche locali. Le aziende olivicole, casearie e panificatrici del territorio hanno proposto le loro produzioni tra Piazza Mariano Polizzi e Piazza Umberto I, entrambe caratterizzate da un’architettura rurale fatta di pietra, portali in legno e infissi dai toni verde oliva.

In questa atmosfera raccolta, le cantine fondatrici di ARCA – Caruso & Minini, Castellucci Miano, Feudo Disisa, Di Bella, Lombardo e Bagliesi – hanno raccontato le diverse anime del Catarratto sia negli spazi espositivi sia durante una masterclass guidata da Othmar Kiem, direttore di Falstaff Italia, insieme a Tonino Guzzo, considerato un vero “pioniere” per aver creduto in questa varietà già dagli anni ’80.

Dalla rivalutazione del Catarratto alle nuove interpretazioni
«Per mio nonno, che faceva il contadino, il vino aveva un solo colore: rosso. Oggi il mercato cambia a favore dei bianchi», ha ricordato Othmar Kiem.
Ripercorrendo il proprio incontro con il Catarratto, ha aggiunto: «Fu lo Shiarà di Castellucci Miano, circa quindici anni fa. Mi colpì la freschezza, una caratteristica non comune nei bianchi siciliani di allora, spesso percepiti all’estero come pesanti. Il lavoro in vigneto e la tecnica del freddo hanno cambiato tutto a favore di questi vini».

Una trasformazione confermata anche da Mario Di Lorenzo di Feudo Disisa, cantina legata alla celebre leggenda del tesoro stregato narrata dai contadini.
«Puntiamo sui vitigni autoctoni per valorizzare acidità naturali e profumi distintivi. Nel 2016 il nostro Chara, ottenuto in parti uguali da Catarratto e Inzolia, è stato proclamato miglior vino bianco al Vinitaly 5 Star Wines tra 2.700 etichette».
Oggi il Catarratto, sia nella variante Lucido che in quella Comune, viene selezionato con crescente attenzione per la produzione di vini di qualità. Il vitigno sta conquistando spazio non soltanto sul mercato nazionale ma anche all’estero, in Paesi come Stati Uniti e Giappone che assorbono vomuni importanti.
In Sicilia, Catarratto e altri vini regionali – nelle loro innumerevoli declinazioni – vengono proposti ai turisti in accompagnamento ai prodotti gastronomici locali, dalla carne al pesce, dalle verdure ai formaggi.
Un bianco dalla inaspettata capacità evolutiva
Generalmente il Catarratto viene preferito dai mercati nelle annate più giovani, perché si ritiene che le versioni recenti conservino meglio le caratteristiche organolettiche del vitigno. Tuttavia, quando viene conservato correttamente, in ambienti idonei e a temperature adeguate, può mostrare una capacità evolutiva sorprendente e, anche a distanza di dieci anni, alcune espressioni restano interessanti e acquistano eleganza, morbidezza e maggiore complessità.
Il Catarratto viene anche spumantizzato dai produttori di ARCA, quasi sempre con metodo classico, dando vita a una bollicina interamente siciliana. In generale, le aziende dell’associazione sembrano privilegiare l’affinamento in acciaio, scelto per preservare freschezza, integrità varietale e riconoscibilità territoriale.
Proprio per valutare la longevità del Catarratto, diverse aziende organizzano degustazioni verticali, confrontando annate differenti e mostrando come questo vitigno possa offrire risultati interessanti anche oltre la sua tradizionale immagine di bianco giovane e immediato.
Negli ultimi anni, anche grazie alla rivalutazione del vitigno, il Catarratto viene sempre più spesso proposto in purezza. Non mancano però interpretazioni meno consuete, come le versioni macerate, come nel caso di Arancino, l’orange wine di Caruso & Minini, una scelta ancora piuttosto insolita per la Sicilia occidentale.
Le aziende e le diverse anime del vitigno
Le cantine Lombardo (Serradifalco, CL) e Bagliesi (Naro, AG) rappresentano le affascinanti outsider del gruppo, avendo impiantato i vigneti da selezioni massali in territori in cui il Catarratto non era storicamente presente. Di Bagliesi, Guzzo ha lodato «le vigne perfette di Catarratto Lucido, così prive di oidio da fare impressione».
Gianfranco Lombardo, legato a Valledolmo da cui ha acquisito i vigneti, ha ricordato la complessità del territorio nisseno: «Le nostre sono aziende di immigrazione. A Caltanissetta le miniere di zolfo hanno reso impossibile, in passato, la presenza di colture arboree». Una scommessa vinta grazie a un’attenzione maniacale in vigna e in cantina.
Il legame fra la terra e i produttori si esprime in modi differenti, tra storiche culle del vitigno come Marsala (Caruso & Minini), Valledolmo (Castellucci Miano), Monreale (Feudo Disisa) e San Giuseppe Jato (Di Bella).
Nella produzione di Caruso & Minini, la visione imprenditoriale sposa il senso di famiglia nel vino icona Nino, omaggio al capostipite, padre di Stefano Caruso. Accattivanti e originali le etichette, disegnate dai ragazzi con disabilità del Laboratorio Zanzara di Torino, che hanno reinterpretato la flora marsalese ispirandosi a Matisse.
Sei vini per raccontare il Catarratto
Nella biblioteca comunale di Palazzo Emanuele Musacchia, le bottiglie espressione delle diverse anime del vitigno sono state Esperides (Di Bella), Shiarà Riserva (Castellucci Miano), Bagliesi Vb59 Riserva, Lu Bancu (Feudo Disisa), il metodo classico Arya (Caruso & Minini) e Sua Altezza 650 (Lombardo).

«È un’uva che resiste alla siccità e alle malattie, versatile e affidabile», ha concluso Sebastiano Di Bella, presidente di ARCA, la cui azienda sorge a ridosso del Parco Archeologico di Monte Jato, custode delle rovine di un antico insediamento musulmano raso al suolo da Federico II.

Gli ori arbëreshë e i simboli del matrimonio
Tra gli aspetti più affascinanti della cultura arbëreshë vi è il patrimonio artigianale legato agli abiti cerimoniali.
Oggi la tradizione viene custodita da artigiani come Giovanni Lotà, impegnato nella ricostruzione degli storici Xhone e nella realizzazione dei ricami dorati della Zilona, la sontuosa gonna pieghettata in seta e raso.

Anche i gioielli mantengono un forte valore simbolico. Molti vengono ancora realizzati dagli artigiani de “Gli Ori di Lucio” di Piana degli Albanesi, bottega specializzata nella riproduzione delle lavorazioni filigranate del Settecento.
Dai cannoli al Catarratto, il gusto dell’identità
A chiudere la Festa sono stati i celebri cannoli di ricotta di Santa Cristina Gela, consacrati come i migliori dell’isola al Cannolo Festival, dove hanno superato anche i maestri pasticceri dei “cugini” di Piana degli Albanesi.

Una scorza fragrante e una ricotta ovina lavorata artigianalmente rappresentano il simbolo gastronomico di una comunità che continua a custodire con orgoglio la propria identità.
Un cerchio perfetto tra istituzioni, artigianato e amore per la propria terra.

