Nel cuore del Parco Nazionale dello Stelvio, un’escursione di poco più di due ore conduce a Punta Segnale, dove tredici petroglifi riemersi dal ghiacciaio del Tresero raccontano la presenza dell’uomo sulle Alpi nell’Età del Rame e del Bronzo
Bormio è un’elegante cittadina rinomata per le terme, i passi alpini, lo sci e le grandi salite del ciclismo. Eppure c’è un’altra storia custodita da questo angolo dell’Alta Valtellina e che merita di essere scoperta almeno quanto tutto il resto.
Non si trova nel centro storico né lungo le vie più frequentate, ma quasi tremila metri più in alto, dove il paesaggio cambia e la montagna torna protagonista assoluta.

Nel Parco Nazionale dello Stelvio, tra le morene del ghiacciaio del Tresero, si cela uno dei siti archeologici più sorprendenti delle Alpi. Per raggiungerlo bisogna camminare lungo un sentiero di media difficoltà che sale verso Punta Segnale, in Alta Val di Gavia. Qui, a quasi 3.000 metri di quota, sono riemerse dal ghiaccio le incisioni rupestri più alte d’Europa, ben tredici petroglifi che testimoniano la presenza dell’uomo tra queste montagne oltre cinquemila anni fa.
L’escursione non conduce soltanto a un punto panoramico ma a un luogo dove la montagna conserva le tracce di comunità preistoriche che, molto prima degli alpinisti e degli escursionisti di oggi, percorrevano questi ambienti estremi.
Per anni quelle incisioni sono rimaste nascoste sotto il ghiaccio e solo il progressivo arretramento del ghiacciaio del Tresero le ha riportate alla luce, trasformando un affioramento roccioso in una delle più importanti testimonianze emerse negli ultimi decenni per lo studio dell’arte rupestre alpina.

Una scoperta nata quasi per caso
La storia di questo sito sembra uscita da un romanzo d’avventura. È l’agosto del 2017 quando Tommaso Malinverno, allora studente universitario comasco, sta percorrendo il sentiero che conduce verso Punta Segnale. Durante la camminata gli cade un oggetto e, chinandosi per raccoglierlo, nota alcuni segni insoliti impressi sulla superficie liscia di una roccia.
Quelle incisioni attirano immediatamente la sua attenzione perchè non gli sembrano semplici graffi lasciati dal tempo. Li segnala alla Società Archeologica Padana, dando avvio un lavoro di ricerca che coinvolge la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio e l’Istituto Archeologico Valtellinese, impegnati nello studio e nella documentazione del sito.
Il riconoscimento ufficiale arriva nel 2024, quando le indagini confermano l’eccezionale valore archeologico delle tredici figure incise sulle rocce levigate dal ghiacciaio.
Il santuario di pietra che il ghiacciaio ha custodito per millenni
A rendere straordinario il sito di Punta Segnale non è soltanto l’altitudine. Quelle rocce raccontano una storia molto più complessa, fatta di ghiaccio, cambiamenti climatici e presenza umana.
Le tredici incisioni sono state realizzate su superfici di micascisto, una roccia metamorfica levigata nel corso dei millenni dal movimento del ghiacciaio del Tresero. Oggi appaiono lisce quasi come marmo, ma fino a pochi decenni fa erano completamente coperte dal ghiaccio. Il loro riaffiorare è infatti strettamente legato al progressivo arretramento del fronte glaciale, documentato dagli studiosi tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta del Novecento.
Senza questo fenomeno, i petroglifi sarebbero probabilmente ancora nascosti. Gli studiosi affermano che non si tratta semplicemente delle incisioni rupestri poste alla quota più elevata del continente: quello del Tresero è anche l’unico complesso conosciuto che, nel corso dei millenni, sia stato più volte ricoperto e poi restituito dai ghiacci.
Figure misteriose incise oltre cinquemila anni fa
Le analisi archeologiche collocano le incisioni in due periodi distinti: le più antiche risalgono all’Età del Rame, intorno al 3000 a.C., mentre altre appartengono al Bronzo Medio e recente, tra il 1500 e il 1200 a.C.
Il repertorio iconografico è quello tipico dell’arte rupestre alpina. Tra le figure riconosciute compaiono gli “oranti”, rappresentazioni umane con le braccia rivolte verso l’alto, generalmente interpretate come gesti rituali o simbolici. Accanto a queste, si distinguono una spirale destrogira, un modulo geometrico, alcune incisioni ancora di difficile interpretazione e il profilo di quello che gli studiosi ritengono possa essere un ovino.

Alcuni segni sono così delicati da risultare quasi invisibili durante gran parte della giornata. Le incisioni più antiche, infatti, sono state realizzate con una picchiettatura estremamente leggera e diventano leggibili soltanto quando il sole, nelle prime ore del mattino, colpisce la roccia con una luce radente. È uno di quei dettagli che trasformano la visita in un’esperienza diversa da quella offerta da molti altri siti archeologici all’aperto: il paesaggio e la luce diventano strumenti naturali per ammirare le incisioni.
Un nuovo tassello dell’arte rupestre alpina
Gli archeologi hanno messo in relazione le incisioni del Tresero con il grande patrimonio rupestre della Lombardia, in particolare con il complesso camuno-tellino, uno dei più importanti d’Europa.
Il confronto stilistico rimanda infatti alle celebri incisioni della Val Camonica, patrimonio mondiale UNESCO dal 1979, e ad altri importanti siti valtellinesi come la Rupe Magna di Grosio e le statue-stele di Teglio.
Punta Segnale è il punto più elevato di una rete di testimonianze che documentano la diffusione dell’arte rupestre lungo l’arco alpino. La sua posizione, però, dimostra anche che oltre cinquemila anni fa queste montagne non erano luoghi marginali o inaccessibili, ma territori frequentati, attraversati e probabilmente investiti di un forte significato simbolico dalle comunità preistoriche.

L’escursione che conduce a uno dei siti archeologici più insoliti delle Alpi
Il percorso per raggiungere le incisioni rupestri del Tresero è caratterizzato da un continuo mutamento del paesaggio.
Si parte dal Rifugio Berni, al Passo Gavia, uno dei valichi alpini più spettacolari della Lombardia, raggiungibile in auto durante la stagione estiva oppure con la navetta Gavia Express in partenza da Santa Caterina Valfurva.
Da qui il sentiero prende quota tra pietraie, pendii morenici e scenari modellati nei secoli dal ghiacciaio. Il percorso, classificato T3 per difficoltà escursionistica, misura circa 4,6 chilometri e supera un dislivello positivo di 472 metri, conducendo fino a 2.987 metri di quota, poco prima della Capanna Bernasconi.
Non è un itinerario riservato agli alpinisti, ma richiede comunque un buon allenamento, calzature adeguate e condizioni meteorologiche favorevoli. Il premio, però, va ben oltre il traguardo.
Durante la salita lo sguardo si apre progressivamente sulle vette del Gruppo Ortles-Cevedale, tra pareti rocciose, nevai residui e il profilo del Pizzo Tresero, una delle montagne simbolo del Parco Nazionale dello Stelvio. È un paesaggio severo che mostra la forza della natura e la continua trasformazione della montagna.
Le rocce incise compaiono quasi all’improvviso lungo il percorso, non ci sono monumenti né strutture che ne richiamino la presenza. Sono affioramenti naturali che custodiscono segni antichissimi, quasi mimetizzati nel paesaggio.
Per chi desidera cogliere i dettagli delle figure, suggeriamo di partire nelle prime ore del mattino. Gli archeologi consigliano infatti di raggiungere il sito entro le 10, quando la luce radente del sole mette in risalto incisioni che, con il sole alto, tendono quasi a scomparire.
Durante la stagione estiva sono organizzate anche escursioni guidate con accompagnatori di media montagna, che permettono di comprendere non solo il valore dei petroglifi, ma anche la storia geologica del ghiacciaio, la flora d’alta quota e le vicende umane che hanno interessato questa parte del Parco dello Stelvio.
L’itinerario richiede impegno fisico, ma a ogni passo conduce attraverso epoche diverse, fino all’incontro con un patrimonio rimasto nascosto per millenni e restituito solo di recente dal lento arretramento dei ghiacci.


