La prima edizione ha riunito 41 cantine e operatori turistici internazionali ai piedi del vulcano. Numeri che accompagnano la forte crescita dell’Etna DOC, ma per Giusi Mistretta, commissario straordinario dell’IRVO, è arrivato il momento di puntare sulla «maturità del sistema»
Quarantuno cantine, grande successo di pubblico, operatori turistici arrivati anche dall’estero e due giornate dedicate ai vini prodotti alle pendici dell’Etna. Radici Vulcaniche, che il 29 e 30 agosto ha celebrato a Randazzo (CT) la sua prima edizione, ha offerto anche l’occasione per fare il punto su una denominazione profondamente cambiata nell’ultimo decennio.
Il programma della manifestazione ha proposto degustazioni e masterclass dedicate ai vitigni autoctoni condotte da Luca Gardini, oltre a momenti di confronto sull’enoturismo. A Randazzo sono arrivati tour operator provenienti da Stati Uniti, Regno Unito, Russia, Argentina, Francia e Belgio che hanno potuto conoscere direttamente le peculiarità del territorio e le sue cantine.

Il festival si inserisce in una fase particolarmente dinamica per l’Etna DOC. Secondo i dati dell’Osservatorio dell’IRVO – Istituto Regionale del Vino e dell’Olio, dal 2012 al 2025 le certificazioni sono passate da 79 a 641, mentre i quantitativi di vino certificato sono saliti da 9.426 a 46.152 ettolitri.
È Giusi Mistretta, commissario straordinario dell’IRVO, a spiegare come la crescita dei numeri sia soltanto una parte di quanto è accaduto sul vulcano.
«In questi tredici anni l’Etna DOC è passata da essere una denominazione di grande potenziale a diventare uno dei territori del vino italiano più riconoscibili a livello internazionale. È cresciuta la superficie vitata, sono aumentate le aziende, gli imbottigliamenti, gli investimenti e, soprattutto, è cambiata la percezione del vino dell’Etna. Il salto di qualità è stato determinato dall’incontro di tre elementi: un territorio straordinario, vitigni fortemente identitari e una nuova generazione di produttori che ha saputo investire sulla qualità e raccontare l’Etna con un linguaggio contemporaneo».

Dopo la crescita dell’Etna DOC arriva la prova della maturità
L’aumento delle aziende, degli investimenti e della produzione certificata richiede strumenti adeguati per accompagnare l’evoluzione della denominazione. Mistretta individua proprio qui uno dei compiti dell’Istituto:
«La crescita quantitativa è stata accompagnata da quella qualitativa e organizzativa. Naturalmente servono ricerca, monitoraggio e una maggiore capacità di fare sistema. Ed è proprio in questo spazio che un organismo come l’IRVO può svolgere un ruolo importante: mettere competenze e strumenti a disposizione delle imprese e accompagnare l’evoluzione della denominazione senza snaturarla».
Il punto diventa ancora più evidente guardando alle caratteristiche della viticoltura etnea, composta anche da numerose aziende di piccole dimensioni e da vigneti che, per posizione e conformazione, possono richiedere lavorazioni particolarmente impegnative.
È su questo terreno che la commissaria dell’IRVO individua la prossima fase:
«La viticoltura etnea è ampia, ha una sua complessità, conta tante piccole e pregiate cantine, ha radici in vigneti particolari a volte anche difficili da lavorare, sui versanti evolvono territori diversi. La prossima fase dell’Etna non dovrebbe essere semplicemente una fase di ulteriore crescita: dovrebbe essere quella della maturità del sistema. L’IRVO può contribuire concretamente proprio su questo fronte: ricerca applicata, assistenza tecnica, formazione, monitoraggio del territorio, promozione della qualità e costruzione di reti. Possiamo supportare le realtà produttive per rafforzare la competitività, senza chiedere loro di rinunciare all’individualità».

I vini dell’Etna conquistano nuovi mercati
La crescita della denominazione ha coinciso con una maggiore visibilità fuori dall’Italia.
«I mercati storicamente più importanti, come Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Germania e Svizzera, continuano a rappresentare riferimenti fondamentali, ma l’interesse si sta ampliando. Anche sul fronte internazionale il cambiamento è stato profondo. L’Etna oggi non è più una denominazione conosciuta soltanto dagli appassionati più esperti: è entrata stabilmente nel radar di importatori, sommelier, ristorazione qualificata e stampa specializzata internazionale. Ci sono nuove opportunità interessanti anche nei mercati asiatici e in alcuni Paesi europei dove cresce la domanda di vini territoriali, di montagna e a forte identità. La vera sfida dell’internazionalizzazione è veicolare la denominazione con una strategia glocal, che renda sempre più noti e riconoscibili i nostri vini, i vitigni e le contrade».
La maggiore riconoscibilità internazionale apre anche il tema del valore economico generato dalla denominazione per le aziende che vi operano.
«L’Etna ha conquistato un posizionamento qualitativo molto forte. Il mercato riconosce sempre di più la sua unicità – spiega il commissario straordinario dell’IRVO -. La parola chiave è valorizzazione e su questo bisogna puntare a 360 gradi».
L’enoturismo può diventare una seconda leva di crescita
La presenza a Radici Vulcaniche di operatori turistici provenienti da diversi Paesi ha dato alla manifestazione anche una precisa dimensione enoturistica.
Il Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano 2025, curato da Roberta Garibaldi, colloca la Sicilia al secondo posto fra le destinazioni italiane del turismo del vino preferite dagli stranieri, con l’Etna fra le mete di maggiore richiamo. Nella scelta di una destinazione pesano la qualità e l’integrità del paesaggio rurale per l’85% degli intervistati, la presenza di ristoranti locali per il 76%, la reputazione enogastronomica per il 63% e le esperienze legate al gusto per il 60%.
Per Mistretta il vantaggio della Sicilia consiste proprio nella possibilità di affiancare al vino un’esperienza più ampia del territorio:
«La Sicilia possiede un vantaggio competitivo enorme: non vende soltanto vino, vende un’esperienza. L’Etna, in particolare, ha una forza narrativa straordinaria: è il vulcano attivo più alto d’Europa, gode di vigneti terrazzati, mantiene il fascino dei muretti a secco, le contrade e la viticoltura spesso eroica compongono un racconto unico al mondo che il visitatore internazionale percepisce immediatamente come autentico. Iniziative come Radici Vulcaniche vanno nella direzione giusta perché mettono in relazione il territorio e i produttori con operatori turistici e mercati internazionali. Bisogna continuare a lavorare ancora sulla capacità di fare rete, al fine di costruire esperienze integrate capaci di intercettare il turista. In questa direzione il supporto dell’IRVO è fondamentale e in tale direzione lavora incessantemente per costruire una logica diversa: non più singole cantine che accolgono visitatori, ma territori che costruiscono insieme un’offerta turistica».
Da Randazzo a Mascali, il Nerello Mascalese al centro del secondo appuntamento
Il progetto Radici Vulcaniche non si è concluso con le due giornate di Randazzo. Domenica 6 settembre si è spostato a Mascali con “Radici Vulcaniche – Nerello Wine Fest, dalle origini del Nerello Mascalese a oggi”, appuntamento dedicato al vitigno che porta nel nome proprio questo territorio.

L’iniziativa, sostenuta dall’IRVO insieme all’Assessorato regionale dell’Agricoltura, dello Sviluppo rurale e della Pesca mediterranea, al Comune di Mascali, al Consorzio Etna DOC e alla Strada del Vino e dei Sapori dell’Etna, ha previsto degustazioni e una masterclass dal titolo “Contea di Mascali, culla del Nerello Mascalese”, guidata da Vittorio Cardaci, Santi Natola e Salvo Ognibene.
Nel programma anche un confronto sulle origini e sul futuro del Nerello Mascalese con il sindaco di Mascali Salvatore Gullotta, il direttore dell’IRVO Vito Bentivegna, Fabio Costantino di Terra Costantino, consigliere del Consorzio Etna DOC, e Maria Ausilia Borzì di Serafica Terra e Olio e della Strada del Vino e dei Sapori dell’Etna.
Lo stesso Bentivegna ha richiamato il ruolo delle varietà siciliane nella strategia dell’Istituto:
«I vitigni autoctoni sono custodi di una memoria e impulso per il futuro dei vini che dalla Sicilia viaggiano in tutto il mondo – ha affermato Vito Bentivegna, direttore dell’IRVO -. L’Istituto attiva un dialogo con ogni territorio per rafforzare il legame fra patrimonio varietale e qualità delle produzioni contemporanee. La tutela del patrimonio viticolo è in continua evoluzione grazie alla ricerca, alla sperimentazione e al trasferimento delle conoscenze alle imprese».
Dopo una fase nella quale l’Etna DOC ha moltiplicato produzione certificata, aziende e riconoscibilità, le nuove sfide riguarderanno dunque la qualità della crescita futura. Ricerca, capacità organizzativa, internazionalizzazione ed enoturismo sono i terreni sui quali misurare quella «maturità del sistema» indicata dalla commissaria dell’IRVO come il passaggio successivo per la viticoltura del vulcano.


