Santa Tresa e Cortese distano appena otto chilometri, eppure i loro vini hanno caratteri diversi. Nel Ragusano, due fratelli trentini hanno costruito un progetto fondato sul biologico, sulla biodiversità e sul recupero di varietà rare come Orisi e Albanello
Articolo di Marco Sciarrini
Ci sono storie che parlano di ritorni nelle terre d’origine per riprendere l’attività agricola di famiglia. Questa volta, invece, raccontiamo la storia di un innamoramento, quello di Stefano e Marina Girelli, fratelli trentini appartenenti a una famiglia attiva da tre generazioni nel mondo del vino, che hanno fatto della Sicilia la loro seconda patria enologica, e non solo.
Affascinati da questa regione hanno coltivato a lungo il desiderio di trovare un’azienda agricola da rilevare e rilanciare. Il progetto ha preso forma nel 2001, con l’acquisizione di Santa Tresa e l’avvio di una completa riqualificazione, uno sforzo imprenditoriale ed enologico enorme, guidato dalla tenacia propria del popolo trentino. Fin dall’inizio, la sostenibilità e il biologico in vigna e in cantina sono diventati un metodo di lavoro e uno stile di vita, nel rispetto del territorio.

Nel 2016 è arrivata l’Azienda Agricola Cortese, una proprietà di 14 ettari situata ad appena otto chilometri da Santa Tresa e, come quest’ultima, a poca distanza dal mare. Una distanza minima sulla carta, sufficiente però a evidenziare differenze di terroir e di patrimonio genetico dei vitigni.

Santa Tresa occupa complessivamente 50 ettari, con circa 40 ettari destinati a vigneto, mentre Cortese conserva le dimensioni più raccolte della precedente azienda di Giovanna Cortese.
Il territorio di Vittoria, tra terra rossa e Mediterraneo
Le due aziende si trovano tra i fiumi Ippari e Dirillo, nella zona di Vittoria, nel Ragusano, in quella che molti considerano la Sicilia più autentica, dove la terra rossa dona i suoi frutti. Come il Montalbano di Andrea Camilleri, anche Stefano e Marina Girelli si sono innamorati di quella Sicilia «ancora selvaggia, avara di verde, con le casuzze a dado poste su sbalanchi in equilibrio improbabile».
È in questo eden della Sicilia meridionale che abbiamo visitato le due aziende, in un territorio ricco di storia, segnato dalle influenze dei popoli che, nel corso dei secoli, hanno attraversato il Mediterraneo. Circondata dal mare su tre lati, la Sicilia è stata un luogo d’incontro tra culture diverse. Anche dal punto di vista geologico, la sua storia conserva uno stretto legame con il Nord Africa.
Santa Tresa, dal Seicento nella campagna di Vittoria
Le origini del Feudo di Santa Tresa risalgono alla fine del XVII secolo, probabilmente al 1697, come testimonia una pietra che riporta questa data, ancora presente nella vecchia struttura. La contrada fu infatti dedicata a Santa Teresa, il cui nome, contratto in Tresa nella parlata dialettale, ha dato origine all’attuale denominazione della tenuta.
Si narra che, durante un periodo di forte siccità, un monaco alla ricerca d’acqua trovò una piccola statua di Santa Teresa e decise di scavare proprio in quel punto, scoprendo una sorgente che divenne indispensabile anche per tutte le contrade limitrofe. Quel pozzo esiste ancora oggi ed è situato al confine settentrionale della tenuta. Anche il simbolo scelto dall’azienda richiama il passato: risale alla tradizione medievale e rappresenta il Sole e l’Oro.
L’azienda si trova a 240 metri sul livello del mare. I terreni, caratterizzati dal tipico colore rosso, sono costituiti da un primo strato sabbioso, profondo circa 50-60 centimetri, ricco di minerali, con un pH alcalino e una buona permeabilità. A una profondità di uno o due metri si incontra una roccia calcarea, originata da depositi di sabbie e limi di antichi fondali marini. Si tratta di una roccia relativamente friabile, nella quale le radici della vite riescono a penetrare. Il mosso sottostante, ricco di argilla, trattiene invece l’umidità e costituisce una riserva idrica naturale.
Tra i tanti progetti c’è anche quello di un campo sperimentale condotto secondo i principi dell’agricoltura biologica e dedicato alla riscoperta dei vitigni autoctoni e tradizionali siciliani, con attenzione ai loro diversi biotipi. Tra questi si distinguono l’Albanello e l’Orisi, veri e propri vitigni reliquia, testimonianze viventi dell’antica tradizione enologica siciliana.

Cortese, una tenuta dove la biodiversità è di casa
Cortese è una storica realtà di piccole dimensioni, da sempre votata alla viticoltura biologica e alla biodiversità. La precedente proprietaria, Giovanna Cortese, aveva infatti sempre condotto i vigneti in regime biologico, una scelta che i fratelli Girelli hanno voluto mantenere.
Le viti sono soltanto una parte di un ecosistema più ampio; dalla formica alla volpe, dai mandorli agli ulivi, ogni organismo e ogni pianta contribuisce all’equilibrio naturale della tenuta e, indirettamente, contribuisce all’unicità dei suoi vini.
«Il pomeriggio spira sempre una brezza molto importante per i nostri vigneti, che asciuga ogni traccia di umidità», spiega Stefano Girelli. «Questa è una grande fortuna perché le estati a Vittoria sono torride, con temperature che raggiungono picchi di 43-45 °C. Essendoci però un clima secco e ventilato, l’acclimatamento delle viti e dell’ecosistema è molto buono, grazie anche a una discreta escursione termica tra giorno e notte».

La scelta biologica e il rispetto del territorio
Per Stefano e Marina Girelli, il biologico è una scelta che riguarda tanto la produzione del vino quanto il rapporto con il territorio.
«Biologico significa vini con una forte identità locale, con radici profonde. Ci consente una nuova e chiara espressione del terroir e ci dà la possibilità di creare vini in armonia con la natura. Al di là dei risultati che questo metodo ci garantisce nel bicchiere, si tratta anche di un approccio inderogabile in una regione come la Sicilia e di un impegno doveroso per tutelare l’ambiente, consegnando alle future generazioni un mondo migliore. Siamo prima di tutto viticoltori: la natura è la nostra materia prima principale, il suo rispetto è un principio che non andrebbe nemmeno messo in discussione. A Cortese siamo molto più che biologici, si tratta di una mentalità, è il nostro modo di vivere. Una scelta che si sta rivelando vincente. Suolo, sole, clima, con tutte le sue difficoltà, la Sicilia è e resta un giardino capace di generare i migliori frutti, il Ragusano è un territorio primitivo, capace di resistere, adattarsi e rinnovarsi. Vergine alle logiche di appiattimento della diversità portate dallo sfruttamento intensivo, un suolo che parla una sua lingua unica».
La visione della proprietà va quindi oltre le certificazioni biologiche e si traduce in precise pratiche agronomiche. La cantina siciliana ha abolito gli interventi chimici in vigna, privilegiando metodi di fertilizzazione naturale rispettosi dell’ecosistema come il favino, coltivato direttamente e utilizzato per arricchire il terreno.
Relativamente alla gestione delle risorse idriche, l’azienda utilizza esclusivamente l’acqua della diga, evitando di attingere ai pozzi esistenti per non impoverire le falde acquifere. Ricorre inoltre alla confusione sessuale per il controllo degli insetti dannosi e ad altre pratiche volte a ridurre l’impatto ambientale della viticoltura.
A condividere questa impostazione sono anche l’enologo trentino Mattia Giacomelli e il consulente toscano Stefano Chioccioli, le cui differenti esperienze professionali contribuiscono al progetto enologico delle due aziende.
Il vigneto sperimentale di Santa Tresa e il recupero dei vitigni reliquia
A Santa Tresa esiste un vigneto sperimentale nel quale sono coltivate 2.830 piante, appartenenti a 18 vitigni e differenti fenotipi. È una banca della biodiversità, che permette di studiare il comportamento delle varietà autoctone e il loro rapporto con le caratteristiche del suolo e del clima.
Questa attività si inserisce anche nel progetto Bi.Vi.Si., sviluppato in collaborazione con il Consorzio di tutela Vini DOC Sicilia, che studia le interazioni tra le piante, il terreno e le condizioni climatiche.
La ricerca ha ricadute concrete anche sul piano produttivo e normativo. Ne è un esempio l’Orisi, varietà recuperata grazie al lavoro sui vitigni reliquia e successivamente inserita tra quelle previste dal disciplinare.

Dalla Sicilia ai mercati internazionali
La produzione delle due aziende è destinata in larga parte ai mercati esteri. L’export interessa il 65% della produzione e i principali Paesi di destinazione sono Canada, Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Austria, Danimarca, Irlanda, Giappone e Norvegia.
L’export interessa il 65% della produzione e i principali Paesi sono: Canada, Stati Uniti, Inghilterra, Germania, Austria, Danimarca, Irlanda, Giappone, Norvegia.
La degustazione: dal Frappato ai vitigni reliquia
La degustazione ha confermato ricerca e precisione; le principali differenze tra i vini sono riconducibili alle peculiarità dei rispettivi terroir, già emerse durante la visita ai vigneti.
In particolare, abbiamo molto apprezzato i vini ottenuti da vitigni autoctoni come Frappato e Nero d’Avola, sia nelle versioni monovarietali sia nell’assemblaggio che dà origine al Cerasuolo di Vittoria.
Una menzione speciale meritano le etichette prodotte con i vitigni reliquia, come l’Orisi e l’Albanello, progressivamente abbandonati nel tempo per la loro scarsa produttività, ma oggi di grande interesse anche per la capacità di resistere alla siccità.
Anche le altre etichette degustate, ottenute da varietà tipicamente siciliane, si sono distinte per la bevibilità e per uno stile in sintonia con le nuove tendenze di consumo.
Santa Tresa e Cortese rappresentano due esempi di un orientamento verso la sostenibilità che sta interessando anche altre cantine della zona, sempre più attente alla tutela del territorio e alla valorizzazione del patrimonio viticolo locale.
| FEUDO SANTA TRESA Contrada Santa Teresa, Vittoria (RG) www.santatresa.com | AZIENDA AGRICOLA CORTESE C.da Sabuci, 3 Km 11 – Vittoria (RG) www.agricolacortese.com |


