Con oltre il 90% della produzione destinata ai mercati esteri, la denominazione conferma la propria vocazione internazionale. Oggi la sfida è rafforzare il valore del Cortese, investire nella ricerca e trasformare cantine ed enoturismo in strumenti di riconoscibilità
In Piemonte, regione che il mondo associa soprattutto ai grandi rossi, il Gavi rappresenta da sempre un’eccezione significativa. Nasce da uve Cortese in un’area dell’Alessandrino che guarda alla Liguria più di quanto suggeriscano i confini amministrativi: un territorio di passaggio, modellato nei secoli dalle relazioni con Genova, dalle vie commerciali tra entroterra e mare e da una cucina di confine in cui il vino bianco ha trovato una collocazione naturale.
Anche il paesaggio viticolo contribuisce a questa complessità. La denominazione, infatti, si sviluppa su suoli diversi che cambiano progressivamente da nord a sud. Dalle argille rosse ricche di ferro si passa alla fascia centrale di marne e arenarie, fino alle terre bianche di origine marina che risalgono verso l’Appennino. Un mosaico pedoclimatico che permette al Cortese di esprimere non solo freschezza e immediatezza, ma anche sapidità, struttura e capacità di evolvere nel tempo.
Questa complessità spiega perché il Gavi non possa essere ridotto all’immagine di un bianco da pronta beva. La forte presenza sui mercati esteri resta un punto di forza, ma oggi la denominazione ha davanti una sfida ulteriore: far emergere il valore del Cortese come interprete di un territorio articolato, capace di esprimersi anche attraverso vini più evoluti, ricerca agronomica, accoglienza in cantina e nuove forme di enoturismo.

Gavi DOCG e mercati esteri: i numeri di una vocazione internazionale
La dimensione internazionale del Gavi non è un risultato recente, ma una parte ormai consolidata della sua identità commerciale. I dati del 2025 lo confermano: circa 14 milioni di bottiglie vendute, oltre 12 milioni destinate all’estero e una quota export pari al 91%. Numeri che collocano la denominazione tra i bianchi italiani più riconoscibili sui mercati globali e che spiegano perché il Gavi sia abituato a confrontarsi con pubblici, cucine e abitudini di consumo molto diverse.
Regno Unito, Stati Uniti e Asia: dove cresce il Gavi
Il Regno Unito resta il primo mercato, con oltre il 60% dell’export, e continua a rappresentare una piazza storica per la reputazione internazionale della denominazione. Stati Uniti e Germania confermano il peso dei mercati consolidati, mentre l’Asia apre scenari interessanti. Il Giappone è un riferimento importante per la coerenza gastronomica del vino. La Cina, passata da meno di 10.000 bottiglie nel 2023 a oltre 100.000 nel 2025, rappresenta invece un segnale ancora piccolo nei numeri assoluti, ma significativo nella prospettiva di crescita.
La diffusione internazionale, però, non riguarda solo la presenza sui mercati. Racconta anche la capacità del Cortese di dialogare con culture gastronomiche differenti mantenendo un profilo riconoscibile. La sua freschezza, la misura aromatica, la sapidità e la precisione del sorso lo rendono adatto a cucine in cui contano equilibrio, precisione e rispetto della materia prima.
Il Giappone, in questo senso, è un caso interessante: qui la cultura dell’abbinamento privilegia equilibrio, precisione e rispetto della materia prima. L’affinità con pesce, sushi e cucina tradizionale giapponese non va quindi letta come semplice versatilità, ma come conferma di uno stile essenziale e nitido, adatto a preparazioni in cui delicatezza e profondità devono convivere.
L’internazionalizzazione del Gavi, quindi, non dipende soltanto dalla capacità di raggiungere molti mercati ma anche dalla possibilità di essere riconosciuto come un bianco italiano contemporaneo, territoriale e gastronomico.
Dal successo all’estero al valore percepito: la sfida del mercato italiano
Il paradosso del Gavi è che, pur essendo uno dei bianchi piemontesi più conosciuti all’estero, in Italia ha ancora spazio per essere raccontato meglio. I dati del 2025 mostrano una piccola inversione di tendenza: dopo anni di calo, le vendite nazionali tornano a crescere e superano il milione di bottiglie. È un segnale ancora contenuto, ma interessante perché suggerisce una rinnovata attenzione anche da parte del mercato interno.
La sfida, quindi, è aumentare i consumi in Italia e farne percepire meglio il valore. Il Gavi viene spesso associato a un’idea di bianco fresco, elegante e facile da abbinare. Una lettura corretta, ma parziale. Nelle colline della denominazione, il Cortese può esprimere tensione, sapidità, misura aromatica e una struttura sottile, caratteristiche che lo rendono più trasversale di quanto spesso si pensi.
Questa trasversalità è uno degli elementi più interessanti per il mercato italiano. Il Gavi accompagna naturalmente la cucina di mare e quella ligure – piemontese, ma trova spazio anche con piatti vegetali, ricette a base di erbe, primi ripieni, carni bianche e preparazioni contemporanee giocate su equilibrio e delicatezza. Non cerca di dominare il piatto. Lavora piuttosto sulla pulizia del sorso, sulla freschezza e sulla capacità di sostenere la tavola senza appesantirla.
Non solo vino giovane: il potenziale evolutivo del Cortese
C’è poi un altro aspetto da considerare: il Gavi non è soltanto un bianco da bere giovane. La freschezza naturale del Cortese sostiene anche interpretazioni diverse. Nelle versioni Spumante valorizza la tensione del vitigno e la precisione del sorso. Nelle Riserve e nelle bottiglie lasciate evolvere nel tempo può mostrare profondità, sapidità e una complessità meno immediata, ma particolarmente interessante per chi cerca nel bianco piemontese qualcosa di più della sola piacevolezza.

In questo senso, ristorante e cantina diventano luoghi decisivi. È qui che il consumatore può incontrare il Gavi oltre l’etichetta più conosciuta: non solo vino fresco e internazionale, ma bianco territoriale, gastronomico e contemporaneo. Un vino capace di parlare anche al pubblico italiano con un’identità più ampia e consapevole.
Ambrosia, quando il territorio diventa ricerca
In questo percorso di maggiore consapevolezza rientra Ambrosia, il progetto promosso e finanziato dal Consorzio Tutela del Gavi con l’Università di Torino e realizzato con il coinvolgimento delle aziende locali. Il nome richiama il mosaico di Libarna e il mito di Ambrosia, trasformata in vite da Dioniso. Un riferimento alla memoria antica dell’area, per un progetto orientato al presente e al futuro della denominazione.
Ambrosia nasce per studiare in modo sistematico il rapporto tra Cortese, clima e lavoro dell’uomo al fine di aumentare la conoscenza tecnica della denominazione e offrire ai produttori dati utili per interpretare meglio il comportamento della vite. In un contesto segnato dal cambiamento climatico, osservare l’evoluzione delle temperature, delle piogge e delle fasi fenologiche diventa fondamentale per prendere decisioni più consapevoli in vigneto.
Il progetto si basa su una rete di stazioni meteorologiche distribuite in diverse aree della denominazione, da Capriata d’Orba a Novi Ligure, da Rovereto a Monterotondo fino a Zerbetta. I dati raccolti vengono messi in relazione con le principali fasi del ciclo vegetativo della vite: germogliamento, fioritura, invaiatura e maturazione. Questo permette di leggere il territorio non come un insieme indistinto, ma come un sistema vivo, fatto di differenze, microclimi e reazioni diverse da zona a zona.

Il progetto permette così alla denominazione di passare da una conoscenza intuitiva del territorio a una lettura supportata dai dati. Per i produttori significa avere strumenti più precisi per osservare la vigna, interpretare le annate e adattare le scelte agronomiche. Per chi si avvicina al Gavi, invece, significa comprendere che dietro la freschezza del Cortese c’è una geografia tutt’altro che semplice, pertanto il prodotto va osservato, studiato e messo in relazione con il clima, i suoli e il lavoro dell’uomo.
Cantine ed enoturismo: il Gavi oltre il calice
Per capire davvero il Gavi non basta assaggiarlo. Bisogna arrivare sulle sue colline, vedere quanto siano vicine alla Liguria e attraversare borghi, vigne, strade secondarie e cantine che – negli ultimi anni – hanno investito sempre di più sull’accoglienza. È qui che l’enoturismo diventa una leva importante, non solo per vendere vino ma per capirne meglio origine, identità e valore.
La posizione aiuta. La denominazione è raccolta e facilmente raggiungibile: Genova, Milano e Torino sono a meno di un’ora di distanza. Questo rende il Gavi adatto sia a una giornata tra cantine e borghi sia a un fine settimana enogastronomico più lento.
Il punto di partenza ideale resta la visita in cantina, perché è lì che il vino mostra meglio le sue sfumature: le differenze tra zone e suoli, le interpretazioni del Cortese, il passaggio dalle versioni più giovani agli Spumanti, fino alle Riserve e alle bottiglie capaci di evolvere nel tempo.
Da lì, la degustazione può diventare il punto di partenza per esplorare ciò che sta intorno al vino.
Libarna, una delle testimonianze romane più importanti dell’area, racconta quanto queste terre fossero attraversate già in passato da strade, scambi e relazioni.

Il Forte di Gavi, in posizione dominante, ricorda invece il ruolo strategico di questo passaggio tra Piemonte e Liguria.

L’Abbazia di San Remigio, a Parodi Ligure, aggiunge una tappa più raccolta, mentre la Pinacoteca di Voltaggio conserva un legame evidente con la cultura artistica genovese.

Per chi ha più tempo, la parte naturalistica completa il viaggio. I sentieri verso l’Appennino, il Parco delle Capanne di Marcarolo, la Val Lemme, la Val Borbera e i laghi del Gorzente e della Lavagnina mostrano un volto più lento del territorio, tra boschi, alture, vallate e paesaggio. Non serve vedere tutto in una volta: il Gavi si presta bene anche a tappe brevi, costruite attorno a una cantina, un borgo, un pranzo e una passeggiata.
I ravioli di Gavi e la cucina di confine tra Piemonte e Liguria
La tavola è un’altra parte essenziale dell’esperienza. I ravioli di Gavi sono il piatto simbolo: sfoglia sottile, ripieno di carni bovine e suine, borragine, scarola, uova e formaggio. Si servono al tocco, cioè con il sugo di carne di tradizione genovese, oppure semplicemente scolati e completati solo con olio e formaggio, senza altri condimenti. Accanto a loro ci sono prodotti e ricette che cambiano da comune a comune: testa in cassetta, torta di riso di Bosio, focaccia di Parodi Ligure, farinata di Serravalle Scrivia, formaggi di Tassarolo, miele di Carrosio, corzetti di Pasturana, cioccolato di Novi Ligure e amaretti di Gavi.

È una cucina di entroterra, ma attraversata da una sensibilità ligure evidente nell’uso delle erbe, delle verdure, delle paste fresche e delle preparazioni misurate. In questo contesto il Cortese trova una collocazione naturale. Accompagna con armonia, pulisce il palato, sostiene la sapidità e rivela con chiarezza il passaggio continuo tra Piemonte e Liguria.
Chi vuole conoscere il Gavi sul posto può partire da tre elementi semplici: una degustazione in cantina, una tappa culturale o naturalistica e un assaggio della cucina locale.
Dove degustare il Gavi: 4 cantine da visitare
Per chi vuole approfondire il Gavi attraverso l’esperienza in cantina, queste quattro realtà offrono prospettive diverse sulla denominazione. Non si tratta di una selezione esaustiva, ma di un primo invito a scoprire il territorio attraverso il lavoro familiare, la dimensione cooperativa, la storicità delle tenute e l’accoglienza enoturistica.

La Mesma. Nata nel 2001 dal progetto di tre sorelle, Paola, Francesca e Anna, è una realtà certificata biologica dedicata esclusivamente al Cortese. Lavora su 25 ettari vitati tra Monterotondo e Tassarolo, in una tenuta dove la parte boschiva resta dominante. Racconta un’interpretazione del Gavi legata a biodiversità, pratiche agricole gentili e attenzione al paesaggio. Info: www.lamesma.it
Foto © Selene Scinicariello.
Cantina Produttori del Gavi. Fondata nel 1951, rappresenta la dimensione collettiva della denominazione. Riunisce circa 80 soci conferitori e coltiva oltre 200 ettari distribuiti negli 11 comuni della denominazione. La visita permette di cogliere il territorio nella sua estensione, attraverso un mosaico di vigneti, sottozone e interpretazioni del Cortese. Info: www.produttoridelgavi.com
Foto © Selene Scinicariello.


Tenuta La Giustiniana. La sua storia viene fatta risalire al XIII secolo e il paesaggio tiene insieme villa, cascina, cappella, vigne e memoria agricola. Oggi Magda Pedrini e Stefano Massone lavorano sul recupero del marchio storico e sulla valorizzazione del Cortese. Il confronto tra Lugarara e Montessora permette di avvicinarsi a due letture diverse del vitigno: una più diretta, l’altra più strutturata e orientata all’evoluzione. Info: www.lagiustiniana.it
Foto © Selene Scinicariello.
Tenuta La Marchesa. Dimora storica e tenuta viticola tra Novi Ligure e Gavi, unisce vigneti, villa, giardini, agriturismo, ristorante, camere e percorsi di visita. È una realtà particolarmente adatta per chi vuole vivere il Gavi in chiave enoturistica completa, tra vino, ospitalità e cucina ligure-piemontese. Info: www.tenutalamarchesa.it
Foto © Selene Scinicariello.



