Separate dal fiume Sesia e distanti pochi chilometri, le due DOCG raccontano interpretazioni diverse del Nebbiolo, uno dei vitigni simbolo della Regione. Un terroir irripetibile, fatto di montagne, minerali vulcanici e microclimi diversi, oggi rend quest’area sempre più apprezzata dagli appassionati e dalla critica
«Per raccontare il nostro Nebbiolo è importante partire da due elementi naturali ineguagliabili: da un lato il Monte Rosa, che domina l’area con la sua Valsesia – tra le più ripide valli d’Europa – e dall’altro il Supervulcano fossile, che ha regalato a questi suoli una ricchezza minerale unica». A parlare è Alessandro Francoli, persona di estrema eleganza, cultura e passione nonché titolare, assieme a Giacomo Ponti, della Cantina Torraccia del Piantavigna.
Siamo stati a visitare una delle poche aziende che, per ragioni storiche, può vinificare sia il Ghemme, sia il Gattinara, le due aree DOCG dell’Alto Piemonte, distanti una manciata di chilometri l’una dall’altra e separate dal corso millenario del fiume Sesia che ha plasmato queste colline fertilizzandone le terre con le sue periodiche esondazioni.
Le due denominazioni, legate agli omonimi comuni piemontesi, sono una delle espressioni più particolari dell’uva Nebbiolo, un vitigno autoctono del Piemonte che qui, grazie al microclima unico e alla particolarità del terroir, dà il meglio di sé in termini di longevità e freschezza, complessità ed eleganza.
Siamo nel cuore di quella porzione della regione che la geografia identifica come Alto Piemonte e che chi la vive definisce, con una punta di ironia, “Altro Piemonte”. Vuoi perché di sabaudo qui c’è ben poco, visto che la vera impronta storico culturale l’hanno data gli Sforza e i Visconti di Milano – come testimonia anche il canale irriguo che attraversa la zona e che fu commissionato da Ludovico il Moro a un certo Leonardo da Vinci (!) – vuoi perché siamo in un territorio che dal punto di vista naturalistico è veramente qualcosa di unico e profondamente differente rispetto alle altre aree di produzione vinicola del Nebbiolo.

Il ruolo del Monte Rosa e del Supervulcano
La particolarità di questa zona viticola risiede soprattutto nei suoi elementi naturali.
Il massiccio del Monte Rosa contribuisce a creare un microclima fresco già apprezzato in epoca Romana. Lo testimoniano gli scritti di Columella, agronomo e storico latino che descriveva queste aree come luoghi adatti alla produzione di vini ottenuti da “uve nere provenienti da zone fredde”.

La Serra Morenica, invece, separando l’Alto Piemonte dall’imboccatura della Valle d’Aosta, protegge le colline dalle correnti gelide della Valsesia, come un anfiteatro naturale, contribuendo a creare condizioni particolarmente favorevoli alla maturazione delle uve.
L’elemento più sorprendente resta però il Supervulcano fossile esploso circa 280 milioni di anni fa che, oltre a essere uno dei pochi al mondo attualmente noti, ha lasciato in eredità terreni argilloso-tufacei ricchi di ferro e sali minerali che caratterizzano buona parte dell’area.
Su queste dolci colline il Nebbiolo, noto per la sua capacità camaleontica di adattarsi ai luoghi, si caratterizza di un’espressività terrosa, ma anche florida e che sboccia dopo affinamenti lunghissimi nei quali l’agrumata freschezza (a volte con note mentolate) rappresenta una caratteristica inimitabile.
«I grappoli compatti ed un po’ alati del Nebbiolo di Ghemme vengono raccolti tra gli ultimi dell’intero Piemonte enologico beneficiando delle brume autunnali che esaltano gli sbalzi termici regolati dal massiccio del Rosa – spiega Mattia Donna, enologo e direttore tecnico della Cantina. «Il cambiamento climatico ha indubbiamente proiettato questa storica zona enologica piemontese al centro dell’attenzione degli appassionati grazie a questo microclima che permette produzioni molto raffinate a scapito di concentrazioni e pesantezze».

Gattinara e Ghemme, due espressioni di un vitigno
Pur condividendo lo stesso vitigno, Gattinara e Ghemme esprimono caratteristiche differenti.
«Ancora una volta la differenza la fa il microclima – sottolinea Mattia Donna. – Quello mite generato dall’anfiteatro della serra morenica si traduce nella zona di Gattinara in un anticipo di germogliamento di almeno 12 giorni rispetto a Ghemme. Significa che avremo vini più maturi e complessi capaci di comunicare con decisione l’equilibrio tra le asperità importanti del nebbiolo e le sue note suadenti».
La ricchezza di minerali e l’acidità pronunciata dei terreni di Gattinara, oltre alla conformazione prevalentemente sassosa e porosa che favorisce un drenaggio idrico – ma può anche mettere a dura prova la forza della vite, durante le stagioni estive molto secche – danno vita a grappoli con acini più piccoli e con minor capacità di diluizione dell’alto contenuto di tannini presente in queste uve. «Da qui si comprende il carattere relativamente duro del Gattinara» spiega l’esperto.

Terra generosa, grazie ai depositi fluviali, e clima fresco è invece il fondamentale e rarissimo binomio che costituisce il cosiddetto “terroir” di Ghemme: «una conditio sine qua non per generare vini che rispecchino un’identità unica e autentica che si manifesta appieno con una prolungata e indomita giovinezza nonostante i molti anni dalla vendemmia», aggiunge Alessandro Francoli, la cui famiglia è partita proprio dalla produzione del Ghemme.

La storia di Torraccia del Piantavigna
Le radici della cantina affondano, infatti, nella storia familiare dei Francoli.
Tutto ebbe inizio circa settant’anni fa, quando il nonno Pierino Piantavigna (nel cognome c’è sempre un destino) impiantò il primo vigneto nei pressi del Castello di Cavenago e di una torre medievale ormai in rovina. Da quel nucleo originario è nata l’attuale azienda che oggi conta circa 40 ettari vitati e una produzione di 190 mila bottiglie.
Oggi la cantina è portata avanti, con amore e dedizione, dalle famiglie Francoli e Ponti (gli stessi imprenditori dell’aceto), che hanno sviluppato il progetto proponendo vini dalla marcata identità e soprattutto di impareggiabile e orgogliosa freschezza.

Il mestiere del “grapat”
Nel racconto di Alessandro Francoli emerge anche una curiosità legata alla storia familiare. Il nonno Pierino arrivò in queste terre dalla lontana Valchiavenna, inizialmente attratto dalle opportunità offerte dall’industria tessile e dal lavoro stagionale nella raccolta delle amarene.
«Ma non venne qui a mani vuote – ci dice Francoli – . Si portò dietro, infatti, un mestiere antico quanto prezioso: quello del grapat, che in dialetto della Valchiavenna era colui che “sa dare vita agli spiriti grazie all’arte della distillazione». E questa è ancora un’altra storia.

La filosofia produttiva di Cantina Torraccia del Piantavigna
Eleganza, complessità, freschezza e longevità, sono i tratti che la produzione enologica cerca nei vini, sotto la sapiente guida di Mattia Donna, soprattutto nelle versioni che, prima di presentare ai propri affezionati clienti, vengono affinate per molti anni nelle grandi botti di allier della storica Cantina e successivamente ancora per lungo tempo anche in bottiglia.
«Vogliamo vini capaci di coinvolgere anche i palati più raffinati, esprimendo il terroir del Ghemme, la nostra versione del Nebbiolo più identitaria, che siamo soliti definire figlio del Monte Rosa e ovviamente del Supervulcano» conclude Alessandro Francoli.
CANTINA TORRACCIA DEL PIANTAVIGNA
Via Romagnano, 69 – Ghemme (NO)
https://www.torracciadelpiantavigna.it/


