A tu per tu con l’autore televisivo, giornalista e scrittore. Cresciuto con la passione per la scrittura, Dalla Vecchia è riuscito a raggiungere ottimi risultati in diversi ambiti in cui si è misurato. Sulla cucina ci dice: «Me la cavo. Raggiungo la sufficienza.»
1968, anno del culmine del fenomeno giovanile, caratterizzato da scioperi, contestazioni studentesche, rivolte operaie. Negli Stati Uniti si rafforza il movimento per l’emancipazione degli afroamericani che trova un leader in Martin Luther King, ucciso nel medesimo anno. Ad aprile di un contesto così movimentato nasce il vicentino Aldo Dalla Vecchia, autore televisivo, giornalista e scrittore.
Firma di testate quali Epoca, Corriere della Sera, TV Sorrisi e Canzoni. Da alcuni suoi scritti come Da Rosa Malcontenta, SEI editrice, (storia tra Rosa e Martino che si sposano nel 1967, un rapporto in apparenza semplice che cela disparate incomprensioni) e Vita da giornalaia, Murena editrice (dalla lettura agile dettata da un entusiasmo palpabile) sono stati tratti omonimi spettacoli teatrali.
Personalità in apparenza pacata, in realtà interiormente esplosiva, sensibile, dalle svariate sfaccettature, la penna elegante e la piacevole favella. Conosce il senso del rispetto e della gratitudine. Beve con moderazione, tra i calici prediletti Chiaretto e Durello. Si definisce sincero, onesto, generoso e un po’ permaloso.
Quando ha capito quale sarebbe stato il Suo percorso di vita?
«L’ho sempre conosciuto. Già alle scuole elementari sul classico tema: “Cosa vorresti fare da grande?” Rispondevo che il mio desiderio era diventare giornalista, volevo già scrivere. Ho sempre avuto le idee molto chiare. I miei elaborati erano i più interessanti della classe tanto che la maestra me li faceva declamare dinnanzi i compagni. Mi piaceva anche molto leggere. Ero attratto da testi come il libro Cuore di Edmondo De Amicis, il Piccolo Alpino di Salvator Gotta, l’Incompreso di Florence Montgomery e poi sono sempre stato un fan di Diabolik che con Eva Kant sono una coppia irresistibile, l’unica che non si è mai lasciata negli anni.»
La Sua formazione?
«Ho frequentato il liceo classico di Vicenza Antonio Pigafetta, poi ho proseguito gli studi a Milano dove mi sono iscritto alla facoltà di Lingue e letterature straniere scrivendo una tesi sul teatro e sullo spettacolo in modo particolare su un film di Pedro Almodovar dal titolo Matador. Già poco più che diciottenne, giunto nel capoluogo lombardo, prendevo un mucchietto di gettoni e andavo a chiamare tutte le redazioni con la sfrontatezza e l’entusiasmo di un giovane desideroso di scrivere, non ancora conosciuto, senza alcuna esperienza. Ne ho ricevute di cornette riagganciate ma durante uno di questi tentativi fui chiamato da una redazione per un mensile dal nome Cento cose della Mondadori. Mi fecero fare una prova di scrittura, per una rubrica, che fu subito accettata e da lì è iniziata la mia carriera giornalistica.»
La Sua attività televisiva, invece, quando incomincia?
«Mentre stavo lavorando per Epoca, settimanale di attualità sempre per Mondadori, fui contattato per un programma che ancora doveva iniziare dal nome Target. Si sarebbe dovuta girare la puntata zero. Trasmissione ideata da Gregorio Paolini, che ha segnato un’epoca. Andava in onda dopo il popolarissimo Stranamore, condotto da Alberto Castagna. Si raccontava il dietro le quinte che in quel periodo era inusuale. Un appuntamento domenicale molto atteso anche se in seconda serata. Eravamo un gruppo di giovani entusiasti. Si faticava molto tra riunioni di redazione e viaggi. Si andava da Roma a Milano senza l’alta velocità nella stessa giornata. Anni irripetibili.»
E quella di scrittore?
«Nel 2013 dopo aver vinto un concorso di inediti. Il romanzo era Rosa Malcontenta, al quale sono fortemente legato perché ero giovane ed è un testo che mi ha regalato soddisfazioni. Non pensavo piacesse così tanto. È stato pubblicato perché lo meritava. Non ho avuto alcun appoggio, alcuna raccomandazione. Ne sono stato fiero. Quando ebbi la notizia lavoravo per il programma su LA7 dal titolo Cristina Parodi Live. Tra poco uscirà il venticinquesimo libro, tra saggi, monografie e gialli, dopo l’estate. Tra i protagonisti, la cucina.»

C’è qualche giornalista che ha condizionato il Suo percorso?
«Camilla Cederna, madre di tutti i giornalisti di costume italiano. Una volta giunse nel mio paese di origine per presentare un libro e le diedi la cartellina con alcuni miei scritti. Lei fu un po’ brusca ed esclamo: “Se li dovessi leggere, sappi che sarò spietata”. Alcune settimane dopo mi giunse una lettera che accompagnava un suo testo con una dedica nella quale mi definiva un talentaccio un po’ da smussare. Sono cresciuto con i testi di Oriana Fallaci, Brunella Gasperini, Natalia Aspesi… Non so perché mi sovvengano solo nomi femminili.»
Se dovesse ringraziare qualcuno chi sarebbe?
«In primis proprio Camilla Cederna che con il suo biglietto mi ha spronato; Claudio Cavelli amico fraterno e importante figura per la mia formazione e il mio percorso televisivo. La triade di Epoca Paolo Calvani, Carlo Verdelli e Massimo Donelli.»
Se Le dessero una bacchetta magica che genere di programma realizzerebbe?
«Una trasmissione dedicata ai libri e alla cultura raccontati in modo spiritoso e divertente ben lontana da litigi, reality e gente che si urla addosso.»
Ha un profumo al quale è più legato?
«Il fiore Bella di notte, dal profumo meraviglioso, specie che si schiude dopo il tramonto. Rammenta la mia infanzia, le sere in campagna. Ancora oggi tento di piantarla.»
Che rapporto ha con il cibo?
«Meraviglioso. È parte fondamentale della mia esistenza. Rammento, ancora, il purè di nonna Angela. Patate, burro, latte, un pizzico di noce moscata, non come quello di oggi. Cuoca eccezionale, mancata nel 2006 all’età di 96 anni, ha cucinato per tre generazioni: la sua, quella dei figli e quella dei nipoti. I suoi arrosticini, le sue torte erano fantastiche.»
È un bravo cuoco?
«Sai come si dice a scuola? È intelligente ma non si applica. Io sono così. Vivendo da solo sono costretto a cucinare e poi discendo da una famiglia che lo fa molto bene. Me la cavo. Raggiungo la sufficienza e resto una buona forchetta.»
Un libro che suggerisce?
«Camere separate di Pier Vittorio Tondelli.»
La citazione che più La rappresenta?
«Γνῶθι σαυτόν (conosci te stesso!).»



