Normativa, mercato, tecniche produttive e limiti sensoriali dei vini no e low alcohol, tra nuove abitudini di consumo e identità vitivinicola
Negli ultimi anni il dibattito attorno ai vini no e low alcohol si è fatto sempre più intenso. Complice il calo dei consumi di vino tradizionale, l’inasprimento delle norme sulla guida in stato di ebbrezza e una crescente attenzione al benessere, il settore vitivinicolo si trova oggi a confrontarsi con una domanda nuova, trasversale e in rapida evoluzione. Ma si tratta di un trend strutturale o di una semplice risposta contingente al mercato?
Vino analcolico e normativa: cosa dice oggi la legge
Un primo punto fermo è arrivato dal quadro normativo: con il Regolamento UE 2117/2021, infatti, è stata introdotta, a livello europeo, la categoria dei prodotti vitivinicoli dealcolizzati e parzialmente dealcolizzati. In Italia, il recepimento è avvenuto con il D.M. 672816 del 20 dicembre 2024, che ha definito regole chiare per produzione ed etichettatura. Da quel momento, anche nel nostro Paese il termine “vino” può essere utilizzato per prodotti ottenuti da dealcolazione totale o parziale, aprendo di fatto la strada al riconoscimento normativo del vino analcolico, conferendo a questa tipologia una dignità fino a poco tempo fa impensabile.
Mercato e consumi: chi sceglie oggi il vino analcolico
Secondo i più recenti dati di settore, il mercato italiano dei vini a bassa o nulla gradazione alcolica è cresciuto di oltre il 30% negli ultimi due anni, con una domanda particolarmente concentrata nella fascia d’età 25-40 anni. Un boom che trova conferma soprattutto negli e-commerce specializzati no & low alcohol, dove il consumatore può confrontare stili, prezzi e filosofie produttive. Anche eventi come Vinitaly 2025 hanno sancito il passaggio del vino dealcolato da nicchia a categoria osservata speciale.
Interessante l’analisi di Giuseppe Vaccaro, CEO della Winelab & Distribution, azienda campana specializzata nella distribuzione di vini e bevande analcoliche:
«La nostra crescita, così come quella dell’intero settore, è arrivata a dicembre 2024, quando l’Italia ha finalmente recepito la direttiva europea che consente l’uso del termine “vino” anche per i prodotti ottenuti da dealcolazione, totale o parziale. Da quel momento, i vini dealcolati hanno acquisito una propria dignità, suscitando un notevole interesse: interviste, partecipazioni a fiere, degustazioni e perfino i primi riconoscimenti da parte delle associazioni di categoria. Un cambiamento impensabile fino a poco tempo fa».
Come si produce un vino dealcolato
Dal punto di vista produttivo, però, parlare di vino analcolico significa includere prodotti molto differenti: esistono, infatti:
- vini dealcolati ottenuti rimuovendo l’etanolo da un vino già formato,
- prodotti low alcohol con gradazioni fino a 5% vol e
- bevande totalmente analcoliche, nelle quali la fermentazione viene bloccata prima ancora di iniziare.

Le tecniche di dealcolazione sono complesse e costose. Tra le più diffuse vi sono osmosi inversa, membrane selettive e distillazione sottovuoto, processi fisici che mirano a separare l’alcol preservando, per quanto possibile, struttura e profilo aromatico. Tuttavia, l’alcol è un vettore fondamentale di profumi e corpo, la cui rimozione pone problemi di equilibrio sensoriale, stabilità microbiologica e conservazione, tanto da rendere obbligatoria l’indicazione di una data di scadenza.
Non è inoltre possibile parlare di DOC o DOCG, poiché queste denominazioni prevedono una gradazione minima e non è ammesso il semplice taglio tra vino tradizionale e vino dealcolato.
Alternative analcoliche: bevande a base di mosto
Accanto a queste tecnologie, si stanno affermando anche strade alternative, come la produzione di bevande a base di mosto, completamente prive di alcol. È il caso di BevoSobrio, giovane realtà marchigiana che ha scelto di bloccare la fermentazione all’origine, ottenendo prodotti frizzanti analcolici senza zuccheri aggiunti, destinati a chi non può o non vuole assumere nemmeno tracce di etanolo. Un segmento distinto dal vino analcolico in senso stretto, ma complementare, che intercetta esigenze salutistiche, religiose e culturali.
Le prime esperienze delle cantine italiane
Sempre nelle Marche non mancano esempi di cantine strutturate che hanno deciso di investire nel vino dealcolato. Colli Ripani e Santa Barbara sono state tra le prime a presentare al mercato regionale vini ottenuti tramite processi avanzati di dealcolazione, puntando su vitigni identitari come Pecorino, Sangiovese, Verdicchio e Rosso Piceno. L’obiettivo dichiarato non è creare surrogati, ma offrire un’alternativa credibile, capace di raccontare il territorio anche a chi sceglie un consumo diverso.


Moda passeggera o nuova frontiera del bere consapevole?
Il dibattito resta aperto, come ha ricordato Federico Castellucci, già Direttore Generale OIV: «La sfida è trovare un equilibrio tra innovazione e identità, senza allontanarsi troppo dalla bevanda di partenza. Il vino dealcolato non sostituirà il vino tradizionale, ma potrebbe intercettare nuovi consumatori, sottraendoli a bibite e bevande industriali, e avvicinarli – magari per la prima volta – al mondo del vino».
Più che una moda, dunque, il vino analcolico sembra configurarsi come uno strumento aggiuntivo all’interno dell’offerta vitivinicola contemporanea, da interpretare con competenza, trasparenza e visione. I numeri del mercato e le scelte di alcuni produttori indicano una direzione possibile, da percorrere senza rinnegare la propria vocazione identitaria.



