La quinta edizione dell’evento enologico bolognese ha rimarcato i concetti fondamentali di sostenibilità e custodia dei territori ma ha anche messo insieme produttori dalle differenti idee di produzione del vino. Un segno che la contrapposizione fra vino naturale e non è destinata a concludersi presto
Il vino sano è quello buono? O forse il vino buono è quello sano? Poco importa se non si riesce a venir fuori da questo interrogativo da manuale di Filosofia del linguaggio. I concetti di buono e sano sono stati al centro della quinta edizione della Slow Wine Fair, che si è tenuta recentemente a BolognaFiere e che ha visto la partecipazione di oltre 1100 produttori di vino da tutte le regioni italiane e da 27 Paesi stranieri.

Sostenibilità ambientale e climate change nel mondo del vino
Un’edizione che ha visto consolidarsi il legame sempre più profondo fra agricoltura, produttori di vino e sostenibilità. Temi al centro delle tante conferenze e dibattiti previsti nella tre giorni bolognese.
La sostenibilità è diventata una battaglia dei produttori di vino, un pilastro fondamentale della produzione. Sostenibilità che può certamente aiutare per affrontare la crisi climatica.
Secondo Federico Varazi, vicepresidente di Slow Food Italia, ad esempio,
«La crisi climatica che stiamo vivendo non può più essere affrontata separando la qualità del vino dalla salute dei territori e delle comunità che li abitano. Le esperienze che ci stanno raccontando i produttori presenti alla Slow Wine Fair dimostrano che il futuro del vino passa prima di tutto dalla cura del suolo e della terra e dalla giustizia sociale».
Il compito che oggi hanno i produttori di vino è quello di custodire e rigenerare i territori, sfruttando i principi dell’agricoltura moderna, «capace di guardare e tenere insieme rispetto per l’ambiente, memoria dei saperi e legami profondi con le comunità locali», ha aggiunto Varazi.

C’è anche la sostenibilità sociale
Ma non è solo una questione di sostenibilità ambientale.
«C’è un mondo di produttori per cui la sostenibilità ambientale e quella sociale sono interconnesse: produttori che sono già su un percorso che vede nel vino un motore di inclusione, dignità del lavoro, sviluppo delle comunità e crescita socioculturale. In questo percorso, l’equità è espressa anche nella relazione con gli ecosistemi», spiega Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia.
A centrare ancora di più il tema, senza giri di parole, è Serena Milano, direttrice generale di Slow Food Italia:
«Bere un buon vino non ha nulla a che fare con il nutrimento quotidiano, è piuttosto un’esperienza gastronomica, conviviale. Questa dimensione sociale e culturale fa sì che sia ancora più importante avere la certezza che quel vino non sia il frutto dello sfruttamento di ragazzi vulnerabili, perché soli e poveri in un paese straniero. Tra i filari delle vigne – ricorda Milano – la maggioranza dei lavoratori è rappresentata da immigrati, e allora il vino può e deve diventare il veicolo per riconoscere e remunerare con equità il loro lavoro, le loro competenze, il loro contributo essenziale a una delle filiere più identitarie del nostro paese».
Dunque il vino deve essere buono, sano e sostenibile sia dal punto di vista ambientale che sociale.

La contaminazione fra “naturalisti” e “tradizionali”
Ma Slow Wine Fair ha anche il merito di accogliere soggetti apparentemente lontani ma che, in realtà, condividono molto più di quello che sembra.
Andando a visitare i vari padiglioni della Fiera, con territori vinicoli da Nord a Sud, si è potuto osservare la naturale e funzionale convivenza fra produttori di vino “naturale o artigianale” e produttori di vino cosiddetto “convenzionale”. Quello fra naturalisti e convenzionali (o tradizionali), rappresenta il dibattito del decennio, dopo che il vino naturale si è affermato come canale di produzione nuovo e alternativo, anche maggiormente vicino al pubblico giovane.
Ebbene, la contrapposizione creatasi proprio negli ultimi anni ha portato a uno svilimento di entrambi gli approcci, creando un fuoco incrociato che non ha giovato per nulla al mercato del vino, che ricordiamo vive un momento di crisi.
Osservare che produttori come Barraco e Planeta, per la Sicilia, ad esempio fossero contemporaneamente presenti alla Fiera del vino sano, ci offre la possibilità di comprendere che quella che dovrebbe essere una differenza di stile o di filosofia produttiva non deve essere scaraventata all’interno del mercato degli steccati e delle classificazioni sterili. Piuttosto, la “contaminazione” fra artigianali e tradizionali ci suggerisce come la strada per il vino sano, pulito e sostenibile può avere diverse caratteristiche e diversi protagonisti, pronti a raccontare un territorio con gli strumenti che più si ritengono opportuni.
Esistono tanti stili e visioni differenti ma l’obiettivo, per i produttori presenti a Slow Wine Fair, è uno: ottenere un vino sano, buono e pulito. E proprio questi produttori, ricordiamo, hanno sottoscritto il decalogo del Manifesto per il vino buono, pulito e giusto, impegnandosi a preservare l’ambiente e le sue risorse, a rispettare il paesaggio e il terroir di provenienza del vino, a valorizzare la comunità agricola di cui è espressione e a sostenere la biodiversità, come si legge sul sito di Slow Wine Fair.



