Dal Dipartimento del Commercio americano arriva una tariffa del 91,74% sulle importazioni di pasta italiana. Il settore, già sotto pressione, lamenta il collasso e le associazioni chiedono un intervento per scongiurare una crisi della filiera. Le aziende coinvolte, intanto, annunciano misure legali
Una tegola commerciale sta minacciando l’agroalimentare italiano e questa volta il bersaglio è uno dei suoi prodotti identitari: la pasta. Il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha infatti ufficializzato un’imposizione tariffaria straordinaria del 91,74% contro le aziende italiane del settore, accusate di pratiche di dumping.
Un colpo durissimo se ti tiene conto che al corrispettivo maggiorato va sommato il 15% di dazi già in vigore, portando ad un totale del 106,74%, una percentuale che rischia di diventare una barriera per la filiera del grano.
Dazi USA sulla pasta italiana: una situazione delicata
Il mercato statunitense rappresenta il secondo a livello mondiale per l’importazione di pasta nazionale con un valore complessivo generato, nel 2024, di circa 700 milioni di euro, pari a circa il 10% delle esportazioni globali del prodotto.
Le principali associazioni di categoria, tra cui Confagricoltura, hanno immediatamente segnalato il pericolo, sollecitando una presa di posizione nei confronti dell’amministrazione americana.
«Serve un intervento tempestivo e strutturato» – è il messaggio che arriva dal fronte produttivo – «per tutelare un’eccellenza italiana e un settore che dà lavoro a migliaia di persone».
Un comparto che, va ricordato, opera all’interno di un mercato saturo, con evoluzioni lente e margini ridotti. E mentre le aziende coinvolte annunciano ricorsi e azioni legali, si palesa la difficoltà di spostare in via prospettica volumi di investimento così rilevanti su altri mercati. Secondo gli analisti gli effetti potrebbero tradursi in un crollo dei prezzi, oltre che in un effetto domino lungo l’intero tessuto produttivo.

Le reazioni dei grandi gruppi
La misura, che scatterà dal 1° gennaio 2026, ha effetti retroattivi. Lo ha dichiarato Cosimo Rummo, presidente e AD dell’omonimo pastificio di Benevento, al Sole 24 Ore. «Poiché il dumping è considerato retroattivo, si dovrà pagare anche per i 12 mesi precedenti» – afferma l’imprenditore – sottolineando il drammatico impatto che ciò avrà sui bilanci delle aziende italiane.
Si aggiunge al grido d’allarme Giuseppe Ferro, amministratore delegato de La Molisana «Il dumping non c’è. Con un dazio al 107 percento sarebbe impossibile vendere negli Stati Uniti». L’azienda di Campobasso che realizza l’11% del suo fatturato in Usa contesta la misura ma anche il metodo: «Abbiamo fornito seicento pagine di documenti e chiesto verifiche dirette — sottolinea in un colloquio con Il Corriere della Sera — ma nessuno è venuto. Nelle precedenti revisioni il dumping era nullo, poi 1,6 percento, ora oltre il 91, ma da parte nostra non è cambiato nulla». E sulle paventate delocalizzazioni precisa: «Non c’è alcuna intenzione di aprire una succursale negli Stati Uniti. Proseguiremo l’iter legale così come intrapreso».



