Un territorio che ha il passo lento della montagna e la grinta dei vitigni che vi resistono da secoli. Una terra poco raccontata, eppure ricca di storia, suoli millenari e tre denominazioni dal carattere inconfondibile
Prima ancora che esistessero le vigne, qui c’era un ghiacciaio immenso.
Il Balteo scivolava dal Monte Rosa e modellava la pianura, lasciando in eredità una distesa di ciottoli, sabbie e limo che ancora oggi definiscono il profilo dei vini locali.
Il Canavese si estende a nord di Torino, tra la Serra Morenica d’Ivrea – una delle più imponenti formazioni glaciali d’Europa – e le vette del Gran Paradiso, un corridoio naturale capace di generare un microclima sorprendentemente equilibrato.
Terra agricola per tradizione (il nome potrebbe derivare dal piemontese Canavuse, la canapa sativa coltivata per farne tessuti), divenne anche la culla dell’esperimento sociale e industriale di Adriano Olivetti, la cui visione contribuì al radicamento della Cantina della Serra, cantina sociale ancora oggi attiva.
Quattro siti UNESCO, antiche feste popolari come la celeberrima Battaglia delle Arance, laghi e colline ripide compongono un mosaico che racconta un Piemonte differente: meno celebrato, forse, ma straordinariamente autentico.
Territori diversi ma con un’unica identità
Tre aree distinte, unite da un filo comune: suoli poveri, clima ventilato e un’eredità agricola che ha sempre sostenuto Torino, persino ai tempi in cui i vini di Caluso e Carema figuravano nei ristoranti più rinomati della città. Il Canavese è un territorio che cambia pelle in pochi chilometri, modellato da millenni di movimenti glaciali e da un paesaggio che alterna anfiteatri morenici, colline ripide e pianori più morbidi.
La Serra Morenica, è la lunga dorsale che incornicia Ivrea, dove la viticoltura si aggrappa ai pendii e Carema rappresenta l’ultimo baluardo prima della Valle d’Aosta. Un paesaggio alpino, dove il Nebbiolo assume un profilo più fine, più sottile, modellato dalla roccia e dall’altitudine.
Spostandosi verso ovest, il territorio si fa più irregolare e selvatico. È l’area pedemontana del Gran Paradiso, la parte più ombrosa e fresca del Canavese, dove la viticoltura vive a quote più alte. Una zona che parla il linguaggio delle montagne, con un carattere più introverso ma carico di autenticità.
Infine, c’è il cuore di Caluso, la parte più luminosa del territorio. La patria dell’Erbaluce e delle sue pergole alte quasi due metri, le tradizionali topie. È la culla del vitigno simbolo del Canavese, un’uva di antica presenza e sorprendente tenacia, capace di affrontare maturazioni tardive e di trasformarsi, nelle mani giuste, in vini longevi e complessi.

Erbaluce di Caluso: il bianco che sfida il tempo
Vitigno che sorprende per resistenza e spessore, che si declina nelle tre versioni storiche: bianco fermo, Metodo Classico e Passito, quest’ultimo capace di maturare anche oltre un decennio prima di raggiungere la completa espressività.
La sua buccia è spessa, ricca di polifenoli quasi quanto un rosso, e a piena maturazione assume riflessi ramati che in zona le sono valsi il soprannome di Uva Rustia. L’Erbaluce di Caluso è un’uva tardiva, che richiede pazienza e microclimi equilibrati, ma proprio questa lenta progressione regala vini longevi, capaci di sviluppare nel tempo note idrocarburiche e una trama aromatica stratificata.

Due etichette d’autore di Erbaluce di Caluso DOCG
Aὐτόχϑ∞ν (Autoctono) – Bruno Giacometto (Erbaluce di Caluso DOCG 2024)
Un bianco che ragiona sul tempo, costruito con un lungo affinamento sui lieviti naturali e da vigne tra i 30 e i 50 anni d’età. Un meticoloso batonnage regala un aroma che si apre su salvia, fiori di prato e accenni di pesca, senza ridondanze. La bocca è viva, sostenuta da una freschezza precisa e da un corpo che le dà slancio senza appesantirla. Un Erbaluce dal nome in greco antico che mira alla profondità più che alla semplice immediatezza. Info: www.giacometto.com
San Martín – Alberto Mancusi (Erbaluce di Caluso DOCG 2023)
Interpretazione più giovane e istintiva, quella dell’azienda italo-argentina di Moncrivello, al confine con Vercelli. Il naso è brillante, con richiami calcarei e agrumati. Al palato emerge una sapidità sottile, assolutamente coerente con il territorio, mentre il finale propone un leggero tratto ammandorlato. Un vino che privilegia tensione e pulizia e una fresca chiave moderna. Info: www.facebook.com/aziendaviticolasanmartin
Il Nebbiolo canavesano: altitudine e suoli
Il Nebbiolo qui non cerca paragoni né emulazioni di zone più celebri: segue un proprio ritmo su altitudini fino ai 700 metri, terreni sabbiosi e granitici e maturazioni che si allungano ben oltre la media piemontese.
È un Nebbiolo diretto, privo di sovrastrutture, tradizionale di queste zone, in particolare a Mombarone e a Belmonte, nell’Alto Canavese. Una tipicità netta, costruita più sulla verticalità che sulla potenza, fatta di tannini reattivi e un passo montano che lo distingue dai fratelli di Langa.

Il carattere del Canavese in tre voci del territorio
Roccia – Le Masche (Canavese Nebbiolo DOC 2023)
Una lettura agile e contemporanea della zona Blemonte. Il Nebbiolo di Lorenzo Simone, vicepresidente del Consorzio di Tutela, vede solo acciaio, per un profilo che privilegia frutto e verticalità. Violetta, piccoli frutti rossi e un sorso scattante, segnato da una scia sapida lunga e nitida. Un Nebbiolo giovane, ma molto coerente, che punta tutto sulla spontaneità. Info: www.lemasche.it
Girumeta – Cantina Rostagno (Canavese Nebbiolo DOC 2020)
Stessa zona ma stile differente: un nebbiolo più classicheggiante, 36 mesi di affinamento tra legno, acciaio e bottiglia che conferiscono sfumature di mora, sottobosco e spezie dolci. In bocca il tannino è fitto ma ben modulato, sostenuto da una freschezza che dà equilibrio. Un Nebbiolo più meditativo, insomma, figlio dell’altitudine di 600 metri e terreni sabbio-limosi. Info: rostagnovini.it
Caliginem – Cooperativa Produttori Erbaluce di Caluso (Canavese Nebbiolo DOC 2019)
Espressione più matura del territorio, che nasce a zone più basse. Prugna, marasca e cenni di viola al naso offrono un Nebbiolo dall’espressione già compiuta. Il sorso è infatti pieno, con una scia speziata e tannini ancora ben presenti. Una versione che mostra la profondità del vitigno quando cresce su suoli morenici più a sud. Info: www.produttorierbaluce.it
Carema: la viticoltura in sospensione
Carema è uno dei luoghi in cui il vigneto non è semplice agricoltura: è un’opera di adattamento tra pendenze severe, terrazze costruite pietra su pietra e pergole che sembrano sospese nel vuoto.
Le viti vivono tra i 350 e i 700 metri, in un ambiente dove la luminosità è filtrata dalle pareti di montagna e la ventilazione è costante. I pilun, colonne in pietra a tronco di cono, sono il segreto di questa viticoltura, accumulando calore durante il giorno e restituendolo nelle ore più fredde.
Il risultato è un vino che non indulge in potenza ma preferisce una trama sottile e un profilo aromatico dall’identità limpida e riconoscibile. Un lavoro lento e necessario che ha permesso a questo piccolo comune di guadagnarsi un posto tra le denominazioni più caratteriali del Piemonte.

L’eleganza essenziale del Carema DOC 2021 – Cella Grande
Un’interpretazione che unisce tradizione e precisione esecutiva. Il naso è composto, con note di rosa rossa, mirtillo e un lieve tratto tostato che non sovrasta la purezza del frutto. In bocca si muove con grazia: acidità bilanciata, tannino fine, struttura sottile ma ben delineata. È un Carema che conserva l’idea di verticalità propria del territorio, senza rinunciare a una morbidezza che ne facilita la lettura.
L’azienda storica della famiglia Bagnod nasce nel 1946: una sede bellissima sul lago di Viverone, ricavata in un antico monastero benedettino, dedito alla produzione di Albalux (Erbaluce) già nei tempi antichi (Cella Grande – www.cellagrande.it)
Il lavoro di coordinamento del Consorzio
Il Consorzio di Tutela e Valorizzazione dei Vini Caluso DOCG, Carema DOC e Canavese DOC è la struttura che ha dato forma moderna a un territorio frammentato per natura. Fondato nel 1991 come evoluzione del precedente Centro di Tutela, ha progressivamente ampliato le proprie competenze fino a includere tutte e tre le denominazioni.
Oggi riunisce 40 soci, sotto la presidenza di Bartolomeo Merlo, rappresentando circa il 90% della produzione complessiva. Un’estensione di 400 ettari distribuita su 100 comuni racconta una viticoltura diffusa, fatta di molte micro-realtà, dalla cantina familiare alla cooperativa storica.
Il Consorzio non si limita alla vigilanza sul disciplinare ma svolge un ruolo culturale e sociale, promuovendo l’enogastronomia, sostenendo il turismo rurale e lavorando per il recupero dei vigneti abbandonati.
Consorzio di Tutela e Valorizzazione dei Vini Caluso DOCG,
Carema DOC e Canavese DOC
Piazza Ubertini n. 1 – Caluso (TO)
www.erbalucecarema.it

