Nel cuore della penisola del Sinis, tra spiagge di quarzo bianco e rovine millenarie, la piccola cittadina sarda custodisce uno dei patrimoni archeologici più straordinari del Mediterraneo. Un viaggio che è, al tempo stesso, storia, natura e sapori
Marzo 1974. Un contadino sta arando il suo campo in località Mont’e Prama, quando la lama tocca qualcosa di anomalo nel terreno.
È una testa di pietra. L’inizio di una delle scoperte archeologiche più importanti nel Mediterraneo, il momento in cui Cabras ha smesso per sempre di essere una cittadina qualunque.
Da allora, il suo nome ha iniziato a viaggiare oltre i confini della Sardegna, legandosi al mito dei Giganti di Mont’e Prama e alla loro storia che attraversa millenni. Ma le statue sono soltanto una parte del racconto: intorno a quella scoperta emerge oggi un territorio in cui archeologia, mare e identità convivono nello stesso paesaggio.

Tra mare, stagni, pescatori e memoria
Quasi novemila abitanti, nella provincia di Oristano. L’anima del luogo è ancora quella di un paese di pescatori, con le “case di terra” costruite secondo una tecnica millenaria, il gusto raro della Vernaccia e il profumo della bottarga, l’oro del mare di questa costa.
Cabras è infatti uno di quei luoghi in cui storia e territorio vanno di pari passo. Dallo stagno di Mare ‘e Pontis, che accompagna la vita quotidiana del paese, al mare cristallino che disegna il profilo della penisola del Sinis, dalle lagune che cambiano colore con le stagioni alle tipiche barche dei pescatori (Is Fassonis) che ancora oggi raccontano un mestiere antico.

Settemila anni in un solo sguardo
Ma Cabras è anche il punto d’accesso a un territorio che racconta secoli e secoli di storia, dagli insediamenti neolitici alle dominazioni fenicio-puniche e romane. Un’eredità stratificata che la Fondazione Mont’e Prama gestisce e valorizza attraverso un vero e proprio museo diffuso, capace di trasformare il territorio in un percorso narrativo all’aperto.
Non una semplice successione di siti archeologici, ma un sistema integrato che collega luoghi, paesaggi e memoria.
Il percorso parte dal Museo Civico Giovanni Marongiu, inaugurato nel 1997 sul bordo dello stagno. Qui, i reperti custoditi nelle sale accompagnano il visitatore verso tempi lontani: dalle radici neolitiche del sito di Cuccuru Is Arrius attraverso l’età nuragica, per arrivare ai reperti di Tharros e concludersi con il carico di lingotti di piombo recuperato dal relitto di Mal di Ventre.
Un viaggio cronologico che si rinnova con ogni nuova stagione di scavi.

I Giganti, la scoperta che ha cambiato la storia
Le successive campagne di scavo avviate dopo quella mattina del 1974 hanno restituito migliaia di frammenti, pazientemente ricomposti in una quarantina di sculture e una necropoli con tombe a inumazione in posizione assisa: un rituale funerario senza altri confronti nell’isola.
I Giganti di Mont’e Prama sono oggi custoditi nella Sala del Paesaggio del Museo Civico, dopo un lungo “esilio” a Cagliari: le figure raggiungono i due metri di altezza e rappresentano la più antica statuaria monumentale a figura umana dell’intero Mediterraneo occidentale.
Guerrieri, arcieri, i cosiddetti pugilatori, modelli di nuraghe e betili (pietre sagomate in forma troncoconica con funzione sacra): tutti risalgono alla fase finale della civiltà nuragica, in un periodo di contatto – e probabilmente di tensione – con i popoli orientali che percorrevano le rotte del mare.
Venticinque figure che si dispongono nello spazio con un’autorità silenziosa, sospese in una dimensione che appartiene insieme al passato e al presente: naso e sopracciglia marcati, volti dalla geometria essenziale, e gli occhi composti da due cerchi concentrici che da decenni alimentano domande e interpretazioni.

Le rovine dell’antica Tharros
Dal museo, la strada prosegue verso sud, attraversando la penisola del Sinis tra campi, stagni e scorci improvvisi sul mare. Dopo pochi chilometri compare Tharros, fondata nel VII secolo a.C. su un preesistente villaggio nuragico, probabilmente per iniziativa di Cartagine.
Camminare tra le sue rovine significa seguire le tracce di una città che per secoli è stata uno snodo strategico nel Mediterraneo. Restano strade lastricate, edifici termali, aree sacre, fortificazioni e i segni della complessa organizzazione urbana di questa città, che resistette per oltre un millennio prima di essere lentamente abbandonata sotto la pressione delle incursioni saracene.
Più in alto, la Torre di San Giovanni domina la costa: fu costruita nel XVI secolo per difendere il territorio dalle incursioni piratesche; oggi osserva invece un panorama che spazia tra mare aperto, promontori e lagune.
Maggiori informazioni sul sito della Fondazione Mont’e Prama



