Dai giovani enologi all’identità territoriale: nella nostra intervista, le riflessioni del più grande enologo italiano sulle trasformazioni che stanno ridefinendo il settore
Dopo oltre mezzo secolo trascorso tra vigne, cantine e vendemmie in ogni parte del mondo, Riccardo Cotarella continua a diffidare delle certezze. È forse questo il tratto che più colpisce leggendo il suo ultimo libro “Il vino, la mia vita”, il volume pubblicato a ottobre da Rizzoli che ripercorre la sua vicenda umana e professionale.
L’enologo umbro, tra le personalità più autorevoli del vino internazionale e presidente di Assoenologi dal 2013, racconta infatti una carriera costruita non sulla ricerca di verità definitive, ma sulla consapevolezza che ogni stagione possa rimettere tutto in discussione.
Dopo oltre cinquant’anni di vendemmie, Cotarella non parla di certezze ma di dubbi, non di formule definitive ma della necessità di rimettere continuamente in discussione ciò che si crede acquisito. Una lezione che attraversa l’intero suo percorso professionale e che ritorna come un filo conduttore ogni volta che affronta, nella nostra intervista, i grandi temi del settore: dalla formazione dei giovani al cambiamento climatico, fino all’evoluzione dei consumi.
Persone, terreno e clima
Nel dibattito contemporaneo sul vino, il concetto di territorio viene spesso evocato come valore assoluto. Lo considera fondamentale, ma ne propone una lettura più articolata. Secondo la sua visione, infatti, il futuro del vino italiano dovrà essere sempre più legato all’identità dei luoghi.
«Dove deve andare il vino italiano? Sempre più verso il territorio. Che è terreno, clima e persone. Anzi persone prima, terreno e clima poi, che nessuno potrà mai cambiare. La vera differenza non nasce soltanto dal suolo o dai vitigni, ma dalla ricerca, dalla competenza e dalla capacità di interpretare ciò che la natura mette a disposizione»
È il risultato di un dialogo continuo tra ambiente e conoscenza. L’enologo, in questo processo, assume il ruolo di interprete. Non impone la propria volontà al territorio, ma ne traduce il linguaggio, cercando di trasformarlo in un racconto leggibile attraverso il vino.

Il cambiamento come condizione permanente
Riccardo Cotarella appartiene alla generazione che ha assistito alla trasformazione radicale del vino italiano: dagli anni dei disciplinari rigidi alla nascita dei grandi rossi contemporanei fino alle sfide poste dai nuovi mercati globali, come il low-alcohol, ad esempio.
Eppure rifiuta qualsiasi visione nostalgica, osservando come il mondo contemporaneo costringa continuamente a rivedere convinzioni consolidate. Le certezze, come ci racconta, durano sempre meno, invitando il settore ad accogliere le novità senza pregiudizi, abbandonando schemi che appartengono a epoche diverse.
Lo stesso approccio emerge quando affronta il tema del riscaldamento globale. Pur riconoscendo la portata del fenomeno, ne offre una lettura tecnica e pragmatica. La viticoltura italiana, spiega, dispone oggi di conoscenze scientifiche e strumenti agronomici in grado di affrontare molte delle criticità emerse negli ultimi anni.
Una fiducia maturata sul campo, osservando come la viticoltura italiana abbia saputo adattarsi più volte alle trasformazioni del proprio tempo.
Il nuovo ruolo dell’enologo
Pochi professionisti hanno assistito all’evoluzione della figura dell’enologo quanto Cotarella. Come si legge nel suo libro “Il vino, la mia vita“:
«Non eravamo che figure sbiadite, in camice nero, chiusi a fare delle analisi in un posto recondito della cantina. Non avevamo spazio né gestionale né imprenditoriale, a eccezione di alcuni grandi personaggi come Giacomo Tachis e pochi altri»
La svolta arriva dopo lo scandalo del metanolo del 1986. Da quel momento il settore comprende definitivamente quanto la competenza scientifica sia indispensabile per garantire qualità e sicurezza. Oggi, però, la conoscenza della chimica e della viticoltura non basta più.
Occorre comprendere il mercato, interpretare i consumatori. In altre parole, saper raccontare il vino. Significa spiegare perché esiste, quale territorio rappresenta, quali persone ne hanno reso possibile la nascita.
«Il vino è diventato veicolo di narrazione e identità culturale, per questo motivo chi lo produce non può più limitarsi al lavoro silenzioso in cantina: deve saper parlare, emozionare, entrare in relazione con chi beve. La comunicazione diventa, così, parte integrante del mestiere, uno strumento per condividere valori, filosofia, storie di persone e di luoghi»

La sfida delle nuove generazioni
Tra le questioni che più lo interrogano c’è il rapporto tra i giovani e il vino.
Per molti anni il vino ha rappresentato una presenza naturale nelle famiglie italiane. Le nuove generazioni imparavano il significato della moderazione osservando il comportamento degli adulti e sviluppando una familiarità culturale con il prodotto. Secondo il presidente di Assoenologi, questo meccanismo si è progressivamente interrotto.
La conseguenza è una crescente distanza tra il vino e i giovani consumatori, aggravata da una comunicazione che spesso utilizza linguaggi incomprensibili a chi non possiede già strumenti culturali adeguati. Termini tecnici, slogan, contrapposizioni ideologiche e mode produttive rischiano di generare confusione anziché conoscenza.
In questo contesto si inserisce anche il dibattito sul rapporto tra vino e salute. La questione, tuttavia, va oltre il tema sanitario. Riguarda il modo in cui il vino viene percepito dalle nuove generazioni e la capacità del comparto di costruire un dialogo credibile con il consumatore contemporaneo.
Una vita nel vino
Nel corso della sua carriera Riccardo Cotarella ha collaborato con oltre centoventi realtà produttive distribuite in diversi continenti. Ha lavorato con imprenditori, famiglie storiche del vino, personaggi dello spettacolo e istituzioni. Ha insegnato all’università, guidato organizzazioni di categoria e sostenuto progetti sociali in contesti complessi come San Patrignano e la Palestina.
Eppure l’eredità che desidera trasmettere alle nuove generazioni di enologi non riguarda una tecnica di vinificazione o una particolare visione produttiva. La parola che sceglie è molto più semplice. Umiltà.
Non come virtù astratta, ma come strumento professionale. Perché il vino, più di ogni altra attività agricola, continua a ricordare che ogni stagione può smentire quella precedente e che ogni vendemmia impone di ricominciare a imparare.
È probabilmente questa la lezione più attuale di Riccardo Cotarella. In un settore che cambia con una velocità mai sperimentata prima, la competenza resta indispensabile. Ma senza curiosità, capacità di ascolto e disponibilità a rimettersi in discussione, nessuna esperienza può dirsi davvero compiuta.



