A guidare la degustazione, Roberta Bianchi, oggi terza generazione della cantina Villa Franciacorta, che ha spiegato come percepire le differenze tra le annate e l’evoluzione dello spumante nel corso degli anni
Un percorso costruito sul tempo, più che sul luogo. È questa la chiave di lettura della degustazione andata in scena da Mammà Isola di Capri, a Torino, dove una verticale di Franciacorta millesimati ha guidato l’esperienza ben oltre il semplice abbinamento con la cucina di mare.

La verticale di Franciacorta millesimati
L’appuntamento, ospitato negli spazi di OGR Torino, ha messo al centro una selezione di etichette firmate Villa Franciacorta, interpretate come racconto liquido delle annate. Non una sequenza di calici, ma una progressione coerente, costruita sul dialogo tra vendemmie diverse e sulla capacità del vino di restituire le variazioni climatiche e territoriali nel tempo.
Il filo conduttore è stato il Franciacorta Diamant Pas Dosé, proposto in verticale: una scelta che evidenzia la filosofia produttiva della cantina, fondata esclusivamente su millesimati da uve proprie. Ogni annata, in questo contesto, è un capitolo autonomo, con una propria identità aromatica e strutturale. Il risultato è una lettura stratificata del territorio, dove emergono note minerali, tensioni acide e profondità evolutive che cambiano sensibilmente da un millesimato all’altro.
«Lavoriamo sui millesimati perché ogni vendemmia racconta qualcosa di irripetibile», osserva Roberta Bianchi, alla guida della cantina e oggi terza generazione della famiglia che negli anni ’60 ha dato il via alla produzione vitivinicola e ha riportato in vita l’antico Borgo di Villa Franciacorta. «Il nostro obiettivo è rispettare questa unicità, senza uniformare. Il tempo diventa un alleato: ci permette di valorizzare le differenze e di restituire nel bicchiere l’identità di ogni annata».

L’abbinamento con la cucina di mare dello chef Raffaele Amitrano
In questo contesto, la cucina ha svolto un ruolo di accompagnamento misurato. I piatti firmati dallo chef Raffaele Amitrano, dall’insalata di polpo con patate e pesto di fagiolini, fino al risotto con zafferano, limone e tonno marinato, si sono inseriti come contrappunto, senza mai sovrastare il percorso enologico. Preparazioni essenziali, costruite su pochi elementi leggibili, pensate per sostenere la verticalità gustativa degli spumanti e farla incontrare con il profumo del mare.
Il punto di equilibrio si è trovato proprio nella relazione tra mare e vino: da un lato la sapidità e la pulizia dei piatti, dall’altro la componente minerale dei Franciacorta, legata a suoli di origine marina. Un legame non dichiarato, ma percepibile, che ha reso coerente l’intera esperienza.

Più che una cena tematica, il risultato è stato un esercizio di lettura del tempo attraverso il vino. La verticale ha dimostrato come lo spumante metodo classico, spesso associato a un consumo immediato, possa invece offrire profondità e capacità evolutiva comparabili ai grandi vini fermi. Un percorso che sposta l’attenzione dalla singola bottiglia alla continuità tra le annate, restituendo al millesimato il suo valore più autentico: quello di documento liquido del tempo.
Villa Franciacorta: identità produttiva e tutela della biodiversità
Villa Franciacorta, piccolo borgo di origine medievale, sorge a Monticelli Brusati (BS), a pochi chilometri dal Lago d’Iseo. La produzione si estende su 110 ettari, dei quali 45 vitati, in un’ottica di tutela della biodiversità e di non omologazione.
Questa superficie si sviluppa dalla sommità della collina della Madonna della Rosa, ricoperta da un bosco di querce, eriche e ginepri, per degradare fino all’ingresso della cantina, in terrazzamenti retti da muretti a secco, destinati sin dall’antichità alla coltivazione della vite.

Sul versante opposto, arricchiscono la proprietà noci, castagni e aree a seminativo nella zona pianeggiante esposta a nord. La biodiversità è tutelata anche in cantina, dove sono valorizzati lieviti indigeni selezionati nel tempo e brevettati dall’azienda. I cloni vengono ogni anno riprodotti dall’Università di Firenze e utilizzati sia in prima fermentazione su tutte le basi sia in rifermentazione su alcune riserve: un processo che può definirsi spontaneo ma gestito secondo un protocollo rigoroso, volto a garantire l’assoluta qualità del risultato finale.



