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Cambiamenti climatici e olivicoltura

Il cambiamento climatico è la prima causa del calo nella produzione di olio d’oliva a livello mondiale negli ultimi 25 anni. Gelate improvvise e fuori stagione, siccità prolungata, temperature con picchi di 40° sono in grado di mettere a dura prova anche una pianta resistente come l’olivo. Ne parliamo con Claudio Vignoli, consulente nel settore oleario

Cambiamenti climatici e olio: ecco come sono legati
Il cambiamenti climatico influisce sulla produzione di olive.

Esaminando i dati dei singoli Paesi produttori di olio di oliva, è evidente che l’Italia oggi è quello che ha registrato la maggiore battuta di arresto, principalmente a causa dei cambiamenti climatici. Ma anche altri Paesi produttori, come Spagna, Cile, Argentina, solo per citarne alcuni, hanno subito pesanti danni nelle ultime stagioni di raccolta. Ne parliamo con il nostro esperto, Claudio Vignoli, consulente nel settore oleario e CEO dell’azienda Claudio Vignoli Group.

Partiamo dai dati produttivi. Nell’ultima campagna olivicola (2020-2021), il nostro Paese è sceso al terzo posto nella classifica mondiale, superato dalla Grecia che ha visto una produzione complessiva intorno alle 265mila tonnellate di olio contro le circa 250mila tonnellate di produzione italiana.

«Questo a causa, purtroppo, del netto calo produttivo registrato nelle regioni olivicole più importanti del nostro Paese, quali la Puglia, la Calabria e la Sicilia – commenta Vignoli. Sono dati preoccupanti soprattutto se pensiamo che fino a qualche anno fa il Belpaese vantava una produzione media annuale di olio d’oliva tra le 450 e le 600mila tonnellate. E soprattutto se li confrontiamo con quelli della Spagna che nelle annate di maggior produzione raggiunge punte produttive di 1,6 milioni di tonnellate».

La flessione non è semplicemente da ascriversi al virus xylella, che tanto ha fatto parlare di sé in questi ultimi anni, ma coinvolge fattori ben più estesi e difficili da gestire. In primis, pesa moltissimo un approccio di coltivazione ancora molto tradizionale, che rispetto alle nuove produzioni intensive di Spagna, Nuova Zelanda o Argentina, ha messo il nostro Paese in coda rispetto ai trend di crescita registrati da questi territori. Tuttavia la grande difficoltà, in questo momento, è costituita proprio dall’impatto che il clima ha sulla salute e la produttività delle nostre piante.

«Gli olivicoltori italiani –  spiega Claudio Vignoli – si trovano ad affrontare periodi primaverili di forte siccità con giornate in cui le temperature scendono repentinamente sotto lo zero proprio nel periodo della gemmazione e della fioritura. A peggiorare la situazione, il caldo estivo che ormai raggiunge e supera punte di 40°, unito alla sempre più scarsa disponibilità di risorse idriche. Le violente piogge autunnali, infine, proprio in concomitanza con il periodo della raccolta, causano danni meccanici alle piante, danneggiando le chiome e provocando la caduta dei frutti prima che possano essere raccolti. Le alte temperature, poi, agiscono modificando la composizione del frutto stesso, che si ripercuote su quella dell’olio prodotto, a scapito della qualità».

I picchi estremi di caldo e di freddo, dunque, sono i maggiori responsabili della scarsa produzione di olive oltre che della moria delle piante più giovani (3-4 anni). Ma non solo. La pianta oltre a ridurre la propria produttività, si indebolisce ed è più esposta agli attacchi parassitari e alle virosi in generale. Un vero e proprio circolo vizioso.

«Oltreoceano le cose non vanno poi tanto meglio – avverte Vignoli. – In Argentina spesso è il cosiddetto “viento Zonda” a creare molti problemi. Costituito da masse di aria calda e basso contenuto di umidità, genera un brusco aumento della temperatura e può provocare danni devastanti soprattutto se si presenta nei mesi in cui l’olivo è in piena fioritura (da agosto a novembre) causando una netta riduzione della quantità di fiori fecondati e provocando quindi ingenti danni alla produzione. In Cile invece sono le cosiddette gelate tardive a causare i maggiori problemi alla produzione di olive, mentre la California soffre oramai da diversi anni di lunghi periodi di siccità i quali poi sfociano in incendi di grandi dimensioni con distruzione quasi totale dei raccolti».

Tuttavia in questi territori, già a partire dagli anni ’90, sono state piantate grandissime superfici di olivo e sono stati scelti sistemi di olivicoltura non tradizionali, di tipo intensivo (2000 piante per ettaro) con impianti di trasformazione ultra moderni, in grado di assicurare grandi capacità produttive. Il risultato? «Produzione di oli di qualità a costi molto inferiori a quelli di casa nostra».

Di certo è molto improbabile che i cambiamenti climatici arrestino la loro inesorabile corsa e stiamo assistendo perfino a una redistribuzione geografica delle coltivazioni. A soffrire di più di questa situazione sono soprattutto i piccoli coltivatori, la cui scarsità di risorse finanziarie non permette l’implementazione di nuove tecnologie in grado di aiutarli sia nella corretta gestione della produzione sia a contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici.

«Tuttavia un aiuto agli agricoltori può venire dall’Agricoltura 4.0 che offre tecnologie di previsione in grado di prevenire fino a 7 giorni in anticipo il rischio di attacco alle piante di alcune malattie comuni e deleterie per la produzione, come la mosca, l’occhio di pavone, la tignola e la lebbra» spiega Vignoli.

Cambiamenti climatici e olio: ecco come sono legati
Cambiamenti climatici e olio: ecco come sono legati

Si tratta di stazioni meteorologiche le quali, oltre a fornire accurate previsioni meteo, permettono, tramite algoritmi particolari e una consulenza agronomica ad hoc, di conoscere in anticipo il rischio di formazione delle suddette malattie e quindi consentono agli agricoltori di effettuare trattamenti fitosanitari specifici per una determinata virosi o infestazione parassitaria.

«Questa combinazione tra previsioni meteo, consulenza agronomica in tempo reale H24 e algoritmi in grado di prevedere la formazione di alcune malattie permettono all’agricoltore di gestire con un elevato grado di precisione la produzione dell’oliveto e di arginare così i danni dovuti ai cambiamenti climatici» conclude l’esperto.

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Silvia Fissore

Milanese sotto la Mole, giornalista e pr. Nel 2007 sono entrata nel food come addetta stampa, col lancio di FoodLab, scuola di cucina torinese tra le prime a estendere l'impostazione professionale ai corsi amatoriali. Seguo l’ufficio stampa del Festival del Giornalismo Alimentare. Di Milano conservo la mente aperta e lo snobismo, a Torino devo la capacità di riflettere e ripartire da zero.

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