Nel borgo dell’Agrigentino, le monumentali installazioni pasquali raccontano identità, fede e memoria comunitaria attraverso intrecci di pane, canne, spezie e saperi artigianali
C’è una Sicilia che ignora la frenesia delle coste e richiama i paesaggi letterari di Simonetta Agnello Hornby: è l’entroterra agrigentino che, ogni primavera, celebra la propria rinascita con gli Archi di Pasqua. In queste architetture effimere, dove cupole d’Oriente si innestano su profili di cattedrali e templi antichi, si condensa l’identità profonda del borgo di San Biagio Platani (AG).
Sebbene siano conosciuti come “Archi di pane”, questa definizione non rende giustizia a queste opere, giacché il pane è solo il principale fra gli elementi utilizzati. Legumi, frutta secca, intrecci di canne, alloro, rosmarino e altre spezie alla realizzazione di strutture che trasformano il corso principale del paese in un grande scenario simbolico.
«Negli anni, la maestria nel modellare il pane artistico si è evoluta in una competenza straordinaria dei forni locali, domestici e professionali»,
sottolinea Pietro Riccardo Bongiovanni, Assessore alla Cultura del borgo agrigentino, abitato da appena duemila persone.

Gli Archi di Pasqua: una tradizione seicentesca nel cuore della Sicilia
Svelati il mattino di Pasqua e smontati una settimana fa, gli Archi hanno concluso il loro mese di custodia su Corso Umberto I. Ma, nel borgo, il tavolo delle progettazioni è già pronto per accogliere nuovi bozzetti per la prossima edizione. La vera essenza della manifestazione, infatti, prende forma proprio nel lungo intervallo che separa una primavera dall’altra.
Questa tradizione affonda le sue radici nel Seicento, periodo della fondazione del borgo, e originariamente si esprimeva solo attraverso i due archi maestri, simbolo delle confraternite rivali dei “Madunnara” e dei “Signurara”.
L’estensione dei colonnati, oggi diventata virale anche sui social network, si è sviluppata progressivamente dagli anni Ottanta, evolvendosi dallusanza di esporre lungo le vie le “cuddure”, pani votivi tipici del periodo pasquale. Oggi, con i loro 180 metri di maestosità, gli Archi sono diventati una presenza imprescindibile per la comunità sambiagese.
«Fra queste colonne e questi archi si celebra da secoli, la Domenica di Pasqua, l’incontro tra Cristo Risorto e la Madonna. È un momento molto sentito che dà avvio anche a numerosi appuntamenti artistici, gastronomici e culturali”, racconta Bongiovanni.
Un evento quindi che, almeno simbolicamente, segna anche una tregua tra le due confraternite storicamente rivali.

La sfida tra Madunnara e Signurara
La competizione tra i “devoti alla Madonna” e i “devoti a Cristo Re” si rinnova ogni anno attraverso la realizzazione dell’arco e del colonnato più scenografici.
Quest’anno i Madunnara hanno trasformato il tratto di corso loro assegnato in una galleria di mosaici composti da cereali, sementi, spezie e legumi, raffiguranti arcangeli incastonati tra sculture di pane e fiori modellati dalle mani esperte della comunità.
Sul fronte opposto, i Signurara hanno scelto di celebrare le sfaccettature dell’universo femminile, rappresentate su tele alternate a colonne e “Nimpe”, singolari lampadari ispirati ai cristalli barocchi. La struttura, composta da un’anima leggera di canne e fil di ferro, viene interamente rivestita di pasta di pane e granaglie.

Qui, pigne e datteri diventano i protagonisti assoluti, decorando i lumi che appaiono come sospesi e fluttuanti: infatti, nonostante la minaccia del punteruolo rosso, che ha ferito il patrimonio delle palme locali, la comunità non ha rinunciato ai suoi simboli.
È chiaro come alcune cose negli anni siano cambiate.
«Il pane prima era commestibile e veniva distribuito alla popolazione. Oggi invece le sculture, al fine di resistere un mese intero alle intemperie, sono lavorate con un impasto particolare», spiega l’assessore Bongiovanni.

Si tratta di una miscela di pasta dura e tecniche di cottura particolari che rendono il pane quasi completamente disidratato, trasformandolo in un materiale resistente e durevole.
I forni storici e i magazzini disseminati nel borgo diventano così laboratori artigianali dove si lavora febbrilmente e nel più stretto riserbo fino al momento della “svelata”. Un impegno volontario che assume un forte valore sociale e antropologico, oltre che culturale.
La realizzazione degli Archi richiede però investimenti considerevoli: quest’anno le spese, pari a diverse decine di migliaia di euro, sono state sostenute interamente dal Comune.
«Ne vale assolutamente la pena – sottolinea l’assessore – ma auspichiamo che in futuro la Regione possa tornare a garantirci un contributo, come avvenuto lo scorso anno».
Il ruolo del PNRR e la visione artistica di Carmelo Navarra
In questo percorso di valorizzazione del borgo, un ruolo importante è stato svolto anche dal Bando Borghi del PNRR, nato per contrastare lo spopolamento dei piccoli centri.
«È stata un’opportunità che ci ha permesso di riqualificare il volto del paese, realizzando interventi in armonia con la tradizione, come nuove installazioni e sculture permanenti», aggiunge Bongiovanni.

Figura centrale di questa tradizione è il maestro ceramista Carmelo Navarra, che negli anni ha coordinato il lavoro delle confraternite e ha elevato quest’usanza a vette creative di livello, interpretando i canoni contemporanei.
«Questa tradizione è un contenitore del saper fare e lo specchio di una comunità – spiega Navarra – capace di generare una sintesi vitale tra le generazioni. La simbologia dei materiali è profonda: ogni intreccio parla di una civiltà contadina i cui ritmi erano scanditi dalla sacralità della natura».
Negli Archi di Pasqua non c’è solo l’estetica del sacro, ma il ritratto di una comunità che continua a custodire la propria memoria attraverso il lavoro collettivo, i gesti artigianali e i forni accesi fino a tarda notte.



