Gazzetta del Vino Toscana

Apìstos di Podere Conca, ovvero l’evoluzione del Cabernet Franc: storia di un “fiore” all’occhiello

Apìstos di Podere Conca, l’evoluzione del Cabernet Franc
Apìstos di Podere Conca (Foto © Ufficio stampa).

Un 100% Cabernet Franc che riflette l’artigianalità e la rigida selezione di Podere Conca: tecniche tradizionali e modernità, con una nota speciale all’influenza dell’artista Damien Hirst nell’etichetta

Apistós, dal termine greco che evoca l’incredibile, è il penultimo nato di casa Podere Conca e rappresenta senz’altro un esemplare notevole di precisione enologica. Prodotto esclusivamente da uve Cabernet Franc, questo vino deriva da una selezione meticolosa iniziata con la vendemmia 2019.

Tecnica e passione: come nasce un’etichetta

Dopo la raccolta manuale, le uve vengono diraspate, pigiate e messe in fermentazione in serbatoi di cemento, rimanendo in contatto con le bucce per un periodo di 30 giorni. Questo processo ne accentua le sfumature gustative e il profilo aromatico. A ciò segue un’affinamento approfondito: 16 mesi in barriques di rovere francese, tra primo e secondo passaggio, arricchiscono ulteriormente la struttura dell’Apistós.

Il risultato è un vino di colore rosso vivace, che al naso offre note erbacee distintive con un tocco di peperone verde. In bocca, Apistós si presenta con un profilo gustativo vellutato, armonico e decisamente complesso. Con un 14% di alcol, si abbina splendidamente a piatti robusti come carni rosse e sughi di carne.

Apìstos di Podere Conca: Vigneti aziendali
I vigneti a coltivazione biologica (Foto © Gabriele Pasca).

Un nome, una leggenda: il legame tra Apistós e Hirst

Come menzionato, un’etichetta che porta una freschezza sorprendente all’ampio panorama vinicolo del Bolgherese e, sebbene la qualità e il carattere del vino siano centrali, è il nome che attira particolarmente l’attenzione.

«Volevamo proseguire la serie dei fiori per il nome, come i precedenti Agapanto ed Elleboro», spiega Silvia Cirri, alla guida dell’azienda.

Ma la vera ispirazione è arrivata da una mostra dell’artista Damien Hirst a Venezia.

«Damien aveva creato la leggenda di un vascello chiamato Apistós, che significa incredibile in greco antico.»

Prendendo spunto da questa storia d’arte e mito, il vino è stato battezzato con lo stesso nome evocativo.

Il Cabernet Franc: un incontro tra tradizione e terroir

La viticoltura è una sintesi di geografia, storia e sperimentazione botanica. Nel caso del Cabernet Franc, le storie che intrecciano questi tre fili sono tanto complesse quanto affascinanti.

Le regioni attraversate dai fiumi Garonna e Dordogna sono sempre state un crocevia per la viticoltura, e il Cabernet Franc non fa eccezione. Questo vitigno, essendo un pilastro del celebre blend bordolese, ha avuto un’influenza indelebile sulla palette dei sapori che queste regioni hanno offerto al mondo del vino. Sebbene le prime tracce siano state identificate nei terreni pirenaici della Spagna, è il suo percorso verso Bordeaux e successivamente nella Loira che ha delineato le sue sfumature. Proprio la Loira, con il suo clima temperato, si è affermata come l’epicentro del Cabernet Franc, con vini che esprimono un’essenza pura e al contempo sofisticata.

L’arrivo in Italia

Verso la fine del XVIII secolo, anche l’Italia ha accolto il Cabernet Franc, e le sue traiettorie di crescita e adattamento sono divenute testimonianze del dialogo tra il vitigno e i diversi terroir italiani. Nonostante sia stata introdotta in Friuli, la sua diffusione ha toccato molteplici regioni, tra cui la Toscana, dove ha trovato un terreno particolarmente favorevole per esprimersi al meglio.

Manifestando caratteristiche distintive a seconda delle condizioni geoclimatiche e del substrato, nel Veneto antico, le sue caratteristiche di precocità lo rendevano ideale per le esigenze della classe contadina, mentre in Toscana e in altre regioni, varianti con una maturazione più lenta erano privilegio dei ceti più elevati, richiedendo investimenti prolungati in termini di affinamento.

Sogno toscano: Silvia Cirri e l’anima di Podere Conca

Nelle verdeggianti campagne livornesi, una distinta abitazione con tre persiane rosse custodisce un affasciante baule di storie e racconti familiari. Questa dimora ottocentesca è l’epicentro di Podere Conca, un delizioso affresco di vita rurale toscana.

L’edificio storico del Podere, con le caratteristiche porte e finestre rosse (Foto © Gabriele Pasca).

La tenuta, infatti, si estende su un terreno magnificamente curato, a testimonianza dell’impegno e della passione che quotidianamente viene riversata su questo splendido fazzoletto di terra.

Silvia Cirri, medico di professione, è stata una delle figure centrali di questa storia. La casa, una sorta di sentinella nelle campagne di Bolgheri, è di proprietà della sua famiglia dal 1977 e, col tempo, è diventata non solo un luogo di riposo ma un vero e proprio simbolo di accoglienza e condivisione. La visione di Silvia, insieme a quella di giovani appassionati come Linda Franceschi, agronoma ed enologa dell’azienda, l’ha trasformata nel cuore brulicante di idee, sogni e progetti agricoli.

Da sx, Silvia Cirri e Linda Franceschi, enologa di Podere Conca (Foto © Gabriele Pasca).

Un rigoroso impegno biologico

A Podere Conca la coltivazione biologica, lungi dall’essere un semplice trend, è un imperativo etico. Qui non si utilizzano fertilizzanti chimici; la scelta è chiara: metodi organici che sostengono la biodiversità. Sebbene queste tecniche comportino costi e lavoro aggiuntivi, è la qualità finale del prodotto a giustificare l’investimento.

Inoltre, la raccolta manuale, pratica ancora viva in alcune cantine toscane, mantiene intatta la struttura dell’acino, minimizzando la possibilità che le bacche si rompano e rilascino il mosto, salvaguardando l’uva da dannosi processi ossidativi.

Un abbinamento da considerare: tagliatelle al colombaccio

La splendida veranda estiva di Podere Conca (Foto © Gabriele Pasca).

Quando si parla di accostamenti gastronomici, l’arte sta nel comprendere e rispettare le sfumature di ciascun ingrediente. Le tagliatelle al colombaccio, una delle creazioni di Simo, la home-chef di Podere Conca, sembrano fatte apposta per esaltare le caratteristiche di Apistós.

Il processo di preparazione delle tagliatelle comincia con l’impasto di uova e farina. Dopo qualche minuto di riposo, viene steso in una sottile sfoglia e tagliato in strisce, pronte per essere immerse nell’acqua bollente.

Per quanto riguarda il sugo, il colombaccio viene rosolato senza condimenti, per mantenere e valorizzare il suo gusto naturale. L’aggiunta di un battuto di verdure, con il tocco di concentrato di pomodoro, aggiunge profondità e corpo al sugo. La lenta cottura, quasi meditativa, permette ai sapori di fondersi e intensificarsi in un sugo denso e avvolgente.

Podere Conca
Strada Provinciale Bolgherese 196 – Castagneto Carducci (LI)
Informazioni e acquisti on line: www.podereconcabolgheri.it

 

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Gabriele Pasca

Gastroturista per passione, cuoco per necessità, giornalista per pigrizia, scrittore per errore. Nato nel poco lontano 1992, in un paese «a sud del sud dei santi». Recensisco, viaggio e sperimento: sempre meglio che lavorare.

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